«Il problema oggi
non è fare cinema:
è nelle scuole»

Silvano Agosti in piazza Loggia. Regista, scrittore, produttore: con una sua cinepresa Franco Piavoli ha realizzato «Il pianeta azzurro»
Silvano Agosti in piazza Loggia. Regista, scrittore, produttore: con una sua cinepresa Franco Piavoli ha realizzato «Il pianeta azzurro» (BATCH)
25.09.2016

Non poteva fare altro, nella vita. Di solito si dice così, per quelli come Silvano Agosti. Artista autonomo, quindi anomalo in un mondo che fa di rapporti, intrecci e colleganze la sua lingua ufficiale. Però così la fotografia sarebbe sfocata. Non poteva? Non è esatto. Più corretto: non voleva. Fare altro rispetto al cinema e ai libri, ai documentari e alle sceneggiature. Modi diversi per definire la stessa cosa: quell’arte inquieta che non si fa domare, eppure sa tradursi in pagine rasserenanti che invogliano a una vita diversa come «Lettere dalla Kirghisia», terra promessa (ma magari) in cui si lavora 3 ore al giorno e il resto del tempo è dedicato a se stessi, all’amore, alla vita. Più produttivi, meno stressati. Tutti come Agosti, che crea tanto senza ritmi febbrili e ora si confronta pure col Bardo.

«Sto traducendo i sonetti di Shakespeare, perché finora sono stati tradotti male - dice il regista bresciano classe ’38 -. Sono arrivato a 100, devo arrivare a 154. Poi li pubblico da me».

Agosti portatore sano di indipendenza artistica. Riesce ancora a fare cinema, oggi, in Italia?

Non è mai stato un problema. Come distribuire, quello potrebbe esserlo. Per fortuna c’è Internet. Ma sì, si può fare, basta uscire dalla logica mercantile. Se metti a disposizione un film con un clic per 2 euro è chiaro che non è per il guadagno.

Grandi cineasti come Verdone auspicano il rilancio delle piccole sale.

Non esiste. È una soluzione piccoloborghese che non produce niente. Il cinema d’autore qui è stato marchiato a fuoco chiamandolo d’essai. Trent’anni fa ho fatto un film sul cinema d’essai, chiedendo alla gente cosa significasse la parola. Due netturbini mi hanno detto che per loro voleva dire porno.

Di cosa parlerebbe Agosti?

Di cinema indipendente d’autore.

Lei porta avanti il concetto anche da gestore di cinema a Brescia così come a Roma, col Piccolo Cinema Paradiso e l’Azzurri Scipioni.

Se c’è passione, niente è impegnativo. Se c’è l’obbligo, anche fare l’amore è una trappola micidiale. Io abito a Roma da 50 anni, torno a Brescia una volta al mese. Verrei più spesso se qualcuno organizzasse una rassegna dei miei film, ma nei miei film ci sono tematiche che possono determinare il licenziamento di chi li promuove.

Proclamare l’essere umano patrimonio dell’umanità: a che punto è la richiesta che ha rivolto all’Unesco?

Si è svelata un’imbarazzante ipocrisia. Tre anni dopo la mia domanda rigorosa, dopo essersi passati di ufficio in ufficio la mia lettera mi ha risposto un architetto: l’elemento da lei descritto purtroppo non è nelle nostre liste. Andando avanti nelle mie ricerche, ho scoperto che nel 2001 le Nazioni Unite e l’Unesco hanno proclamato patrimonio dell’umanità il genoma umano. Allora io lo comunico nel mio blog. Se l’Unesco avesse avuto il coraggio di sfidare il mondo, sarebbe crollato tutto l’apparato della repressione. Umano colui che popola la terra: se fosse stato riconosciuto patrimonio, chiunque sarebbe un capolavoro assoluto, intoccabile, non uccidibile. Un conto è lasciar morire 12mila extracomunitari, un altro 12mila capolavori.

Dall’infanzia alla disabilità, dalla follia alla felicità, la sua opera spazia fra tutti i territori di vita dell’essere umano.

Nella nostra società chi nasce viene imprigionato in un ruolo. Figlio, scolaro, impiegato, marito. E depresso. Il sogno della società industriale è portare tutti alla morte, continuando a far pagare le tasse anche ai morti. Lo rivela il fatto stesso che esista, una tassa sulla morte.

Fra tanti registi che piangono miseria, lei ha scritto «Come produrre e realizzare qualsiasi film indipendente dal denaro o, per capirci meglio, senza spendere neppure un solo euro». Scomodo spesso, controcorrente sempre?

Io non sono diventato Silvano Agosti: sono rimasto Silvano Agosti. Non ho mai seguito la carriera. Se vuoi vivere sereno, nasconditi. Io mi sono nascosto nella mia creatività. Ho difeso la mia indipendenza, ho rifiutato offerte megagalattiche senza senso. Contano le idee, la passione, gli amici. Se lavorano 10 persone, si divide per 10. Non che all’autore va 90 e agli altri quello che rimane.

Vuol farsi dare del comunista nel 2016?

Ma noi nasciamo tutti comunisti! I bambini sono tutti comunisti. E sarebbero tutti grandissimi autori di film, se potessero. Poi le mamme e le maestre nevrotiche corrompono la creatività. Se si insegna che non c’è niente di meglio di Camillo Benso di Cavour. Se si propone il Manzoni, che magari non ha scritto quel che gli viene attribuito: ha fatto Fermo e Lucia, Gli sposi promessi, poi è andato a Firenze e forse si è innamorato di qualcuno, e forse a quello allude lo sciacquare i panni in Arno, e qualcuno poi ha scritto al posto suo I promessi sposi. Comunque questi sono detriti informativi per coprire lo stupendo mistero di ogni essere, che nasce contenendo tutto il sapere. Passato, presente e futuro.

Passo indietro: cosa l’ha portata al centro sperimentale, poco più che ventenne?

Ero tornato da un bel giro in autostop: Inghilterra, Germania, Francia, tutto il Medioriente e l’Africa, Egitto, Libia e Marocco... Dopodiché mi sono ritirato in una stanzetta a Roma. Portavo via l’immondizia alle signore, amiche che mi davano 100 lire l’una. Per un anno ho mangiato sardine, risparmiando per andare tutti i giorni al cinema. A casa stavo 18 ore al giorno: ho letto tutto il leggibile, una di quelle vecchiette aveva una biblioteca enorme. Poi ho saputo che c’era una scuola dove si mangiava gratis. Ci vado subito! Mi son detto.

Più di tutto potè la «fame». In italiano, non in inglese.

Divoravo tutto per il piacere della scoperta. Ho scoperto che bisognava fare film per essere ammessi. Con una macchinetta a molla ho creato uno scandalo tale che hanno dovuto ammettermi: un corto di 6 minuti, Il matrimonio di Vivina. Era il 1960. Raccontavo di una donna insoddisfatta del rapporto con gli uomini che andava in una chiesa del ’500 e amoreggiava con una statua bellissima di Gesù Cristo.

Madonna non c’è andata tanto distante, nel video della sua «Like a prayer».

Io avevo rappresentato la statua in modo tale che si capisse che ci stava.

Come sta il Piccolo Cinema Paradiso?

Lancerò presto un crowdfunding, chiedendo agli spettatori di versare 1 euro al mese. Ma per favore, non più di 1 euro.

Cosa le piace guardare?

Tutto ciò che assomiglia al cinema. Ho trovato La città senza notte, di Alessandra Pescetta, un film molto cinematografico.

È contento di quello che fa?

Sono orgoglioso, nell’insieme. Di aver fatto interviste a Indira Gandhi e a Marcel Marceau, dei riconoscimenti ottenuti a Bordeaux come dello spettatore venuto dal Giappone che all’uscita dalla sala, dopo aver visto L’uomo proiettile, mi dice tante cose belle in italiano perché la mamma è italiana, e allora gli chiedo se vuole tradurmi in giapponese, e lui mi dice lo sto già facendo, e ha organizzato 8 rassegne in 8 città coi miei film, e ha stampato pure Il ballo degli invisibili con cui ho vinto il premio Grazia Deledda. Sono felice di aver fatto 24 film, 24 libri. Di aver scritto Lettere dalla Kirghisia, vendendone 70mila copie di questi tempi.

Anche il suo amico Fabio Volo di libri ne ha venduti tanti.

Sì, ma lui stesso ha ammesso che gli unici che aveva letto erano i miei! Ha un’intelligenza istintiva, ha capito che le tematiche affrontate erano importanti e le ha volgarizzate. Ha fatto bene. Gli sono grato: non avrei avuto un’audience come quella che ho avuto grazie a lui.

Se oggi avesse 8 anni, cosa si consiglierebbe dall’alto dell’esperienza di un settantottenne?

Mi direi: non studiare mai, impara sempre. Impara tutto.

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