«Il nostro teatro
era così avanti...
La città non capiva»

Renato Borsoni, novant’anni: nato a Santa Maria Nuova, in provincia di Ancona, è arrivato a Brescia diciassettenne
Renato Borsoni, novant’anni: nato a Santa Maria Nuova, in provincia di Ancona, è arrivato a Brescia diciassettenne (BATCH)
15.01.2017

Ha fatto tutto. E l’ha fatto prima.

Se l’arte è dare alla gente quello che ancora non sa di volere, Renato Borsoni sulla carta d’identità dovrebbe scrivere una cosa sola: professione, artista. Professione, sì, perché la passione si coltiva. Le predisposizioni si modellano. Le traiettorie si trasformano.

Borsoni, fra ispirazioni e slanci, ha lavorato tanto, per diventare quello che è. Una figura di riferimento che ha cambiato il modo di fare cultura a Brescia nell’ultimo secolo.

Un episodio svela la cieca determinazione più di tanti discorsi. Il primo marzo scorso, nel giorno del suo novantesimo compleanno, la mostra «A mano libera» celebrava il suo percorso al Teatro Grande insieme al film, «Un grande a teatro», in cui dialogava con il sovrintendente Umberto Angelini: una festa, la sua festa, alla quale voleva assolutamente partecipare. Non poteva certo fermarlo l’intervento chirurgico al cuore cui doveva sottoporsi alla vigilia: «Mi opero solo se poi posso andare all’inaugurazione», aveva tagliato corto con i dottori. Lo racconta, sorridendo e sospirando, sua figlia Camilla. Che quel primo marzo s’è presa il papà sottobraccio, varcando la soglia del foyer.

«La mia storia... In passato sono stato definito intellettuale umanista: parole impegnative, forse fuori moda, nelle quali mi riconosco volentieri», dice Borsoni nella sua casa di via dei Mille. Circondato da libri e stampe. I segni di una curiosità insaziabile. Di un’attività inimitabile.

Dal teatro alla grafica. Dai giornali alle gallerie d’arte. Attore e pittore. Scrittore e innovatore. Multimediale prima che di multimedialità si potesse parlare. Si sente un rivoluzionario?

Alla fine, mi sento una persona che ha provato a cambiare le cose.

Come è cambiato tutto, in tutti questi anni?

Beh... Il degrado progressivo della città corrisponde a un degrado più ampio. In tutte le sue pieghe. Politiche, morali e culturali, se la cultura è ancora un concetto che va oltre la scelta pur nobile di fare un abbonamento a teatro.

La faccia imbiancata di Clara Zovianoff che lei aveva posto sul manifesto de «La Tempesta» di Massimo Castri ha battezzato nel nome di Shakespeare la storia del Ctb, nel 1974. Lei ha creato il Centro Teatrale Bresciano e l’ha diretto fino al 1988. Quale spirito l’animava?

Per me nella vita contano essenzialmente due cose: il teatro e la famiglia. Ho vissuto momenti nei quali credevo di poter costruire, di poter coinvolgere la città, la comunità, nella mia convinzione profonda. Il teatro è una piccola area indispensabile perché una civiltà possa continuare ad esistere.

Lei ha origini anconetane. Com’è arrivato a Brescia?

Avevo 17 anni. Sul finire della seconda guerra mondiale mio padre, Torquato detto Toto, fu nominato direttore didattico nel Bresciano. Io, ovviamente, mi son trasferito con lui. E qui son rimasto.

Nel ’51 ha avuto l’idea di fondare il Piccolo Teatro della Città di Brescia, la prima cooperativa italiana in quest’ambito, nei locali del Monte di Pietà in piazza Loggia). E al ’63 risale la famosa telefonata a Mina Mezzadri: «Ora facciamo sul serio». Nacque davvero così la Compagnia della Loggetta?

Sì. Eravamo io, mia moglie e altri 2-3 amici. Scatenammo polemiche infinite, nella città chiusa di allora. L’unico teatrino a Brescia era una saletta all’Arici. Noi non badavamo alle gerarchie. Nessun timore reverenziale. Le nostre commedie americane amorali davano grande scandalo in una città bianchissima. Quella telefonata arrivò dopo anni difficili. Non potevamo restare a livello amatoriale. Serviva uno scatto professionale per i nostri progetti.

Per la Loggetta è stato attore, regista, scenografo, disegnatore dei cartelloni pubblicitari. Dove aveva imparato?

Devo tanto da mio padre. Mi ha trasmesso il senso di tutto.

Con «L’obbedienza non è più una virtù», su don Lorenzo Milani, è iniziata la stagione del teatro documento.

Qui non esisteva, il teatro documento. Abbiamo inventato un modello che dura ancora. Non esige grandi scenografie e si fa bastare pochi attori: perfetto. A teatro i soldi mancano sempre.

Fra i talenti che ha lanciato, chi citerebbe oggi?

Tasto moooolto delicato... Sicuramente Massimo Castri. Dalla seconda metà del ’900, uno dei due grandi maestri a livello europeo. Lui e Ronconi, dico. Castri è nato qui. Chiamato come attore: era pessimo. Ma ai dibattiti, alla Biennale di Venezia, al Piccolo Teatro di Milano, partecipava con foga estrema e lucidità strepitosa. Un giorno lo presi sotto braccio: Perché non fai il regista? Mi ha ascoltato. Si è parlato di scuola bresciana, perché dalle viscere di Castri è nato Nanni Garella. In quegli anni con il nostro teatro eravamo veramente avanti. All’avanguardia in Italia. Peccato che la città non capisse.

Più la rabbia o l’orgoglio?

Non sono persona da rabbie. E, se le avessi, le terrei per me. Parlo quindi di orgoglio. Legittimo. Ne sono sempre più convinto.

Nel ’88 è iniziata la sua primavera palermitana, con Leoluca Orlando sindaco. Poi il teatro regionale in Toscana con Castri. Infine, il ritorno a Brescia per rimettere in sesto il bilancio del Grande, dal ’92 al 2010.

Conducevo da decenni una battaglia perché il Comune, quindi la città, si appropriasse delle sorti di un teatro decaduto che si limitava a far girare compagnie scelte dall’Eti a Roma. Aiutato da spalle politiche e intellettuali, in pochi anni sono riuscito a fare quello che in un secolo non era mai stato fatto. L’ho rivoluzionato e rilanciato. La stagione lirica non è ancora uscita dalle malattie ottocentesche, ma il Teatro Grande ha trovato un sovrintendente molto bravo come Umberto Angelini. Una vera fortuna, posso ben dirlo.

Con l’As, il suo Advertising Studio, lei ha raggiunto anche traguardi grafici importanti. La veste innovativa di Bresciaoggi nella sua prima edizione, nel 1974, ha ottenuto riconoscimenti a pioggia.

Fa piacere. Ma direi che innovativo è soprattutto quello che ho fatto con il teatro.

Cultura e politica: lei ha provato a cambiare le cose cercando alleanze negli spiriti più liberi del tempo.

Certo. Teatro libero, menti libere: questo ho sempre cercato. Fin dall’Eco di Brescia, negli anni ’60. Fondamentale l’incontro con Ubaldo Mutti. E non posso dimenticare Renzo Baldo, Giorgio Sbaraini, Sandro Fontana. Eravamo un bel gruppo, con un fondo di provincialità dal quale non ci siamo mai staccati decisamente. Non so quanto quel tratto appartenesse anche a me. Mi conservo marchigiano, in fondo. Come Angelini. Questo mi ha evitato di fare un tifo eccessivo per la città che cercavo di costruire. Perché il tifo, quando entra nei meandri della cultura, si perde in piccoli rivoli. Io volevo cambiare le cose, no? Allora, erano gli anni ’80, un giorno, a tavola con un segretario del Pci, ho detto che volevo prendere la tessera. Cosa c'entri tu? mi ha risposto. Volevo provare. Non ho mai capito bene cosa si facesse, nella politica, ma quando mi sono candidato alle Europee ho preso un sacco di voti rischiando di essere eletto. Avrei portato quell’autoritarismo mitigato che ho utilizzato a teatro.

Renato Borsoni, «Un pirata allo specchio».

Il titolo della mia biografia è colpa di Lina Wertmuller. Mi guardava, a casa sua: Sto pensando a un film, ti vorrei come protagonista, capo dei pirati...

Capo, di sicuro, di una famiglia numerosa: la moglie Marisa, compagna nella vita e sul palco, le ha dato i figli Corrado e Camilla; poi ci sono i nipoti Luca, Giovanni, Nicola e Andrea, i pronipoti Penelope e Giacomo.

Mi consolano. Stare a casa è dura. Soffro il fatto di non poter andare a teatro. Se avessi vent’anni oggi, mi infilerei nelle zone teatrali più reiette e sconosciute, lasciate in mano a giovani che non riescono a uscire da lì se non sono veri geni.

C’è una sua passione inconfessata?

Sì. La Juventus. Da bambino ho ascoltato il racconto di 6 scudetti bianconeri. In cima a una montagnola un direttore didattico aveva messo una radio e ci faceva sentire le partite... Oggi mi piace Dybala. Amo il talento.

Sta per pubblicare «Gente di teatro», una sua collezione di ritratti. Ma cos’è per Renato Borsoni il teatro?

Qualcosa che va oltre, inventando e scoprendo, al di là dei soldi. Che poi, se ci sono, meglio. Ma non sono il senso. Non sono tutto.

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