«Il mondo cambia:
sopravviverà solo
chi lo sta capendo»

Padre siciliano di Modica, madre bresciana di Bovegno: il filosofo Emanuele Severino è nato a Brescia il 26 febbraio 1929
Padre siciliano di Modica, madre bresciana di Bovegno: il filosofo Emanuele Severino è nato a Brescia il 26 febbraio 1929 (BATCH)
16.04.2017

Non l’avrebbe mai detto, no. E come poteva immaginare, quando studiava sui banchi dell’Almo Collegio Borromeo, che un giorno a scuola avrebbero studiato lui, le sue idee, il suo pensiero capace di dare un senso e un ordine a concetti che hanno come confine l’infinito?

«Mai, avrei potuto. Però una cosa voglio dirgliela», chiarisce Emanuele Severino. La voce ferma, il tono risoluto di chi a 88 anni un’idea del mondo se l’è ben fatta. Tanto più se è uno dei filosofi più influenti di questa epoca. «... Le dico che io, quando ero uno studente, ci davo dentro. Per davvero. E questo consiglierei a un ventenne di oggi: dacci dentro, non fare calcoli, non pensare alla carriera».

È così, non pensando alla carriera e dandoci dentro sul serio, che poi un giorno ci si vede dedicare un’associazione di studiosi. Gente di azione e di intelletto che si è riunita nel nome di Severino, per radicare il suo pensiero nella società.

La sede è in Santa Giulia. Sono sempre di più, questi studiosi che io non posso che ringraziare. Erano 140 poche settimane fa, ma stanno aumentando. Stanno organizzando un convegno a Brescia sul mio primo libro, stampato sessant’anni fa da La Scuola e ripubblicato da Adelphi. Sarà nei primi mesi del 2018. Prima, il 23 ottobre, al teatro Franco Parenti di Milano ci sarà una giornata promossa da Mario Campana in cui alcuni miei allievi parleranno di me.

A orchestrare il tutto è Ines Testoni, bresciana di Ospitaletto, direttrice del master «Death Studies & the End of Life» all’Università di Padova.

Un’attività universitaria al massimo livello, la sua.

L’associazione è sostenuta da Claudio Bragaglio, Giovanni Bazoli, dal direttore di «Qui libri» Paolo Barbieri, dal sindaco Emilio Del Bono e dalla vice sindaco Laura Castelletti...

Amici che mi hanno fatto questo regalo. Coinciso con il mio compleanno.

Il giorno dell’inaugurazione ha ringraziato gli associati dicendo di aver «imparato qualcosa da ognuno di loro».

Sì. Ho imparato qualcosa che non sapevo su di me. Hanno tutti tratteggiato aspetti della mia vita ai quali non avevo prestato sufficiente attenzione.

La salvezza nel futuro è un innalzamento culturale, ha anche detto. Lo pensa ancora?

Il discorso può essere anche più semplice. Se un popolo, penso ai giovani innanzitutto, vuole sopravvivere, deve conoscere il mondo. Se non ci si guarda attorno, non ci si può regolare sul modo di agire. Ma che spettacolo si vede? È in atto uno scontro. Da una parte la tradizione, che crede in un senso definitivo del mondo. Dall’altra la contemporaneità. Penso alla visione che si è venuta a formare negli ultimi 200 anni, che non crede nell’esistenza di un senso unitario, ma considera il mondo un insieme di frammenti. Cosa è l’Europa? Esistono centinaia di risposte. Vedo lo scontro fra il grande passato dell’Occidente e una contemporaneità che volta le spalle a quel passato. Ogni scuola deve tenerne conto.

Nel maggio 1974, dopo la strage in piazza Loggia, lei metteva nero su bianco il suo monito contro il fascismo. Un pericolo tuttora attuale?

A quella opposizione al fascismo si è sostituita quella fra capitalismo democratico e comunismo. Che, a sua volta, col passare del tempo si è indebolita. Il comunismo sta finendo anche in Cina. Si è affacciato un protagonista nuovo sul quale credo si insista poco: si chiama tecnologia. Tramontano le forme del potere di un tempo, presto sarà la tecnica a servirsi delle forze in campo che si illudono di comandarla. Il rovesciamento per cui ciò che è tecnica da servo diventa padrone ha avuto come precursore Hegel, che sottolineava come i servi della tradizione occidentale con la rivoluzione francese fossero diventati padroni. Non parlava di tecnica Hegel e avrebbe anche potuto saperlo: stavano vedendo la luce le prime forme di rivoluzione industriale.

Filosofia e politica possono ancora camminare insieme?

Una domanda alta... Se torniamo nell’antica Grecia, la politica nasce come volontà di adeguarsi alla verità quale scoperta dal pensiero filosofico. Per la chiesa cattolica la politica non può essere invenzione arbitraria, ma deve attenersi alla verità rivelata, il pensiero filosofico ritenuto autentico. Dunque anche per la chiesa la politica deve trovare fondamento in una competenza filosofica. Poi ha preso piede, invece, una democrazia procedurale che prescinde dalla verità: le leggi sono scritte e vengono osservate in quanto esito di votazione della maggioranza, che decide e determina.

Nei trascorsi della sua attività c’è anche la collaborazione con «Bresciaoggi», che muoveva allora i suoi primi passi. Che ricordo conserva di quella esperienza?

Un ricordo splendido. Uno dei miei migliori amici, il sindaco di Brescia Bruno Boni, mi aveva invitato ad allacciare quella collaborazione che ricordo sempre con piacere. Un’esperienza significativa.

Per il suo impegno universitario ha preferito Venezia a Roma. Le radici che vincono sempre?

In effetti ho una certa propensione a non mutare troppo le mie abitudini. Per esempio, abito nella casa dove potrei dire di essere nato. In via Antonio Callegari. Sono venuto qui che avevo 4 o 5 mesi di vita. La mia tendenza è al radicamento, il che però non implica la moltiplicazione dei rapporti con i luoghi. Decisamente tendo a vivere appartato.

Alla maniera di Franco Battiato, che ha scelto di abitare sulle pendici dell’Etna, in una beata solitudine.

L’ho incontrato insieme a Manlio Sgalambro a Marina di Camerota, a una tavola rotonda. Mi mandava i suoi testi, una volta, Battiato. Io amo la musica, ho scritto un brano per strumenti a fiato a 19 anni, eseguita due volte al San Carlino e poi alla Milanesiana. Il direttore del conservatorio di Bologna Modugno vuole stampare la mia Zirkus Suite e verrà a trovarmi. Mi vergognerò del mio pianoforte scordatissimo.

Non suona più?

No. Non suono dal 2009. Da quando è morta mia moglie.

Esterina Violetta Mascialino. Che le ha dato due figli: Federico, scultore, e Anna, professoressa.

Mi ero sposato a 21 anni, come i contadini, perché dopo la guerra c’era la voglia di accelerare, di fare subito ciò che prima non era possibile. Oggi considero la scultura di mio figlio Federico fra le cose più rilevanti nel mondo delle arti visive. È stato anche invitato in Russia per l’anniversario della Gazprom, con una mostra permanente nella sede siberiana. Ha incontrato il vice di Putin in un Paese che sa apprezzare ciò che in Italia spesso è poco considerato. Mia figlia Anna dopo la laurea in matematica e fisica si era vista assegnare l’incarico di insegnante di matematica generale nella facoltà di economia, poco più che ventenne. Una fuoriclasse. Ma ha piantato tutto perché un collega ha alluso al vantaggio di essere figlia di Severino. Ha fatto concorsi, è diventata di ruolo al liceo e ora per assistere me è venuta a insegnare a Brescia.

Come si rilassa, quando vuole?

Ascolto musica. Ho Sky, evito l’inconveniente di andare a teatro. Anche se un mio collega che insegna a Houston ha scritto un libro su Dylan, a me interessa la classica. In questi giorni ho riascoltato la Passione secondo Matteo di Bach. E Scarlatti suonato da Benedetti Michelangeli. Subito dopo la guerra andavo a sentire musica da Camillo Togni con la mia fidanzata, che poi è diventata mia moglie. Aveva dischi introvabili.

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