«Il mio privilegio:
raccontare storie
in una città viva»

Sara Poli: fondatrice dell’associazione Progetti e Regìe, ha esordito da regista nel 1990 con «La voce umana»
Sara Poli: fondatrice dell’associazione Progetti e Regìe, ha esordito da regista nel 1990 con «La voce umana» (BATCH)
02.10.2016

Non ci sono regole. Si può trovare la via all’alba, o al tramonto della vita, oppure mai. Si può partire in discesa o in salita, vedere subito il traguardo o perdersi nell’orizzonte fino a chissà che. Si può svoltare anche nel mezzo del cammino, nel cuore dell’età adulta, alle soglie dei trent’anni. E cominciare a correre tardi. E non tornare, nemmeno guardando più indietro.

Non ci sono regole, tranne una: il talento sboccia se la passione fiorisce. Altrimenti non c’è storia. Zero speranze. Bisogna volere, come ha voluto Sara Poli. Che studiava medicina, ma era una regista ancora prima di saperlo. E quindi lo è diventata, e quindi ieri ha potuto esplorare la città attraverso la sua visione dell’arte e delle cose. Vitale, vibrante viaggio, «Immediatamente Dada» ha mostrato fra santa Maria della Carità, Capitolium e Teatro Romano la via dei Musei: la via «di una città viva eppure antica. Per celebrare cent’anni dopo un movimento nato non come rivolta pittorica, ma dai poeti, dalla scrittura. Dalle parole dette e ascoltate in una serata di festa, in uno spazio scenico affascinante. Con una macchina teatrale oliata come quella del Ctb, che ha formato e continua a formare nuove leve, rodata non solo ma anche per quanto riguarda le luci. Con la direzione tecnica di Cesare Agoni».

A Brescia succedono sempre più cose. Il fermento è palpabile.

È una città viva, curiosa, che ascolta. Penso a chi non è di Brescia e può conoscere la magia della storia in luoghi evocativi come il Teatro Romano. L’ideale per mettere in scena lavori che hanno richiesto cura estrema come quest’ultimo, recital a due voci affidato a due attori di valore come Luca Micheletti e a Laura Curino, con cui già avevo lavorato in passato, e la consulenza scientifica di Francesco Tedeschi. Con un coro di professionisti bresciani e non bresciani che ha lavorato in sinergia. Con le musiche originali composte da Daniela Savoldi, che ho rincorso: sapevo che avrebbe creato sonorità splendide, ideali per il contesto. E con un’assistente alla regìa quale Laura Mantovi, attrice bravissima che ha una piena consapevolezza del dietro-le-quinte.

Il teatro, oggi come è stato ieri e così sarà domani, è anche fatica. Come la si supera?

Con il dialogo. In questo caso Comune e Ctb e Brescia Musei hanno lavorato insieme, a braccetto, con la fortuna di disporre di uno spazio archeologico importante. Ho cercato di essere meno invasiva possibile: niente wind up-stativi, fari tutti a terra... Una forma di rispetto.

Come ha visto e vissuto, da fuori, l’ultimo periodo del Ctb, ancora in attesa di un nuovo presidente?

Scinderei le questioni politiche da quelle artistiche. Io sono stata chiamata dal direttore Gian Mario Bandera, poi mi sono sentita supportata da tutti. Certo, immagino le difficoltà che si possono vivere all’interno, a cominciare da quelle burocratiche.

Difficoltà da superare, traguardi da tagliere. Come è cominciata la sua corsa?

Ho 53 anni. Ne sono passati 24, dall’inizio di questa avventura nata dalla mia incoscienza: quel sì detto quando, un giorno, Daniele Lievi mi chiese di fargli da assistente alla scenografia. Mi sono formata con i corsi del Centro Teatrale Bresciano. Il laboratorio coi fratelli Lievi mi ha cambiato la vita. Siamo andati a provare al Centro Ricerche Teatrali di Milano per un mese. Il grande palco, l’Elfo che cercava assistenti alla regìa, la possibilità di lavorare con personaggi del calibro di Elio De Capitani, Ferdinando Bruni e Cristina Crippa... Poi mi ha chiamato Mina Mezzadri per le Estati Aperte curate da Renato Borsoni.

Come definirebbe il suo tragitto?

Un continuo imparare. Un privilegio. Ciò che serve a una persona come me. Sono curiosa, aperta ai linguaggi. Da quando Laura Mantovi è presidente di Progetti e Regìe, affrontiamo tematiche sociali che non hanno colore, come la violenza sulle donne. Debutteremo il 20 ottobre al Piccolo Teatro Libero con un testo di Annalisa Strada, «Io, Emanuela agente della scorta di Paolo Borsellino», che racconta la storia della giovane poliziotta rimasta uccisa nell’attentato al giudice Borsellino. Affrontiamo i concetti della legalità e della lotta alla mafia.

A casa l’assecondavano, la ostacolavano o erano indifferenti?

La percezione che questo sia un lavoro di solito non è immediata, in chi ci circonda. Così è stato anche per me. Noi che facciamo teatro siamo artigiani. Ogni volta ceselli, ogni volta sai che il risultato sarà un pezzo unico, non ripetibile su vasta scala. Una fatica immane. È bello sposare un progetto, fare proprie produzioni, mettere in gioco un sentire, spendere la propria voce, piccola o grande che sia. Le motivazioni sono tutto. Fanno la differenza. Io non faccio una cosa: sono questa cosa! Dormo pochissimo, sono appassionata e mi ritengo multitasking: mentre realizzo un video, preparo lo spot per un convegno medico. Conta l’entusiasmo, il senso del fare. Finché mi diverto!

C’è uno spettacolo in cui si identifica?

Ripenso con dolcezza a «Elettra o la caduta delle maschere», al «Minotauros». All’in-coscienza degli inizi, al cuore di un desiderio che non razionalizzava... Questo mestiere ti porta lontano dal mondo, ti fa costruire una realtà parallela. Lei conosce mio marito meglio di me, mi disse una volta la moglie di un attore. Il nostro è un lavoro delicato, chi cura una regìa non dovrebbe mai abusare del proprio potere. Non amo assolutismi e protagonismi, c’è un clima sereno in tutti i miei lavori, tutti insieme ci impegniamo in funzione dello spettacolo e gli attori sanno che non si devono difendere da me. Il testo, gli spettatori: questo conta. Poi, se le cose non filano lisce, la responsabilità è mia. Ogni lavoro è un pezzo di cuore, l’ultimo nato è sempre quello che si ama più. Emanuela Loi, la prima agente morta sul campo a soli 24 anni, ne avrebbe compiuti 50 l’anno prossimo. Ho mandato uno stralcio dello spettacolo a sua sorella Claudia: le sue commoventi parole mi hanno dato il senso che... Non è inutile il nostro fare. Tante storie... Non è Shakespeare, il mio teatro. Ma mi consente di entrare nelle vite della gente. Emozionante.

C’è uno spettacolo al quale rimetterebbe volentieri mano?

Ogni rappresentazione fotografa un momento. Mi piacerebbe rifare «La chiave dell’ascensore», con Laura Mantovi e Beatrice Faedi: una prova tanto faticosa per le attrici, un lavoro enorme e solo 4 repliche. Mi spiace, perché più repliche si fanno e più chi recita può esplorare ogni sfumatura sulla scena.

L’ultimo spettacolo visto da spettatrice?

Amo farmi assorbire dalle storie. Seguo in giro per l’Italia Pippo Delbono. Sono andata anche a Bolzano per lui. C’è una passionalità che vibra, nella sua arte. Avevo visto all’opera Luca Micheletti, per l’inizio della stagione del Ctb, notando immediatamente le sue potenzialità. Un talento di caratura nazionale. E amo tantissimo l’arte di Laura Mantovi. In generale apprezzo l’avanguardia. La sperimentazione, la provocazione.

C’è un sogno che vorrebbe mettere in scena?

Ne ho tanti... Adoro Laurie Anderson, mi piacerebbe fare un documentario su di lei, maestra di vita fin da quando andavo all’università con i suoi brani nel mio walkman. C’era anche Lou Reed, con me, ma c’era soprattutto lei. New York era lontanissima, ma con lei mi sembrava più vicina. Grande esempio di donna e artista. La poesia, la musica. Elementi inscindibili. Chi fa arte non invecchia mai. Un artista è per sempre. Non lo fa, lo è.

Nel tempo libero lei cosa fa?

Leggo. Vedo film. Cerco storie: quando non le sto raccontando, le amo seguire raccontate da altri. Il bello di essere artigiani sta anche nel tempo che ci si può ritagliare, fra un impegno e l’altro. Ho la fortuna di vivere a San Felice del Benaco. C’è calma, tranquillità. Così metto a fuoco i pensieri, le idee. Per nuove storie.

Condividi la notizia