«I Beatles, Mi-Sex,
le bande e Rockol:
non mi annoio mai»

Franco Zanetti fra gli amati dischi. Ha 63 anni, è di Brescia. Narratore di vicende musicali, inventore di iniziative, scopritore di talenti
Franco Zanetti fra gli amati dischi. Ha 63 anni, è di Brescia. Narratore di vicende musicali, inventore di iniziative, scopritore di talenti (BATCH)
16.10.2016

«I giornalisti non sono mica star». Giusto.

Quelli veri, anche se trattano di cultura & spettacoli, non giocano a farsi selfie sotto i riflettori. Preferiscono raccontare. Riesplorare. Rivivere. Evoluzioni artistiche, epopee di quotidianità. L’umanità del talento, il genio che si fa mestiere. Gli alti, i bassi e anche i medi. Sembra facile! Ma non lo è, e non può esserlo, se per esempio, nel panorama musicale italiano, di figure come Franco Zanetti ce n’è una e una soltanto.

Classe 1953, bresciano, Zanetti cala il suo tris beatlesiano. Terzo libro sui Fab Four (arriverà il quarto? C’è da giurarci). «Il Natale dei Beatles» (edito da Giunti) dopo «Sgt. Pepper. La vera storia» e «Il libro bianco dei Beatles». Stile nitido, precisione storiografica, respiro europeo: ciò che cerca ogni fan della band più importante di tutti i tempi. La riprova del metodo che ha reso Zanetti, il direttore editoriale di Rockol, il professor Beatles d’Italia.

«Con l’ultimo volume analizzo una nicchia un po’ trascurata - racconta il giornalista bresciano, che fa la spola fra Gussago e Parigi dove la moglie Nathalie lavora come biologa -. Del libro sono curatore e autore a metà, insieme a Renzo Stefanel, da un’idea di Riccardo Bertoncelli con cui ho collaborato anche in passato. La mia metà segue una linea chiara: da cronista, metto insieme fatti, informazioni, documenti. Dal ’62 al ’69 ci sono stati dischi beatlesiani solo per i Fan Club, canzoncine registrate in 4-5 ore pressoché improvvisando oppure, verso la fine del decennio, realizzate in 4 momenti diversi dai 4 che ormai facevano vite separate. Ci sono 2 cicli di spettacoli teatrali, piccoli varietà con scenette comiche e canzoni, risalenti a Natale ed Epifania di ’63 e ’64.

Un periodo irripetibile.

C’erano comici, altri musicisti...

Lei racconta tutto questo nelle sue «Appendiciti?»

Sì. E non è niente di doloroso, anche se le ho chiamate così. All’inizio i Beatles replicavano lo stesso spettacolo per 10-15 giorni. Poi non l’hanno più fatto. Qua si spazia dai «Christmas show» alle 3 canzoni natalizie da solisti di John, Paul e George, rispettivamente «War is over», «Wonderful Christmas Time» e «Ding Dong». Non manca l’album natalizio di qualche anno fa ad opera di Ringo, con un capitoletto buffo sulle canzoni natalizie che citano i Beatles: «Ringobells», «All I want for Christmas is Beatles»... Infine, la storia breve, di cui si sa poco, di un disco di McCartney.

«Il mistero sotto l’albero». Tre sole copie, da Macca ai suoi soci.

Affascinante. Poi si va dal «Natale da Quarrymen», primo gruppo di Lennon, all’insuccesso di «Un magical mystery equivoco». Stefanel ha aggiunto la sua capacità di raccontare in forma romanzata. Io faccio altro.

Cosa intende esattamente?

Nasco e morirò cronista. Non aggiungo un grammo di fantasia alle vicende. Raccolgo informazioni.

Internet ha cambiato anche il suo modo di lavorare?

Ci sono anche tante stupidaggini, in Rete. Si tratta sempre di verificare. Mia moglie dice che quando inizio un tour de force mi lamento, ma mi sto divertendo un casino: ha ragione. Coltivo il lavoro come una passione.

Una specializzazione.

Giornalismo senza voli pindarici. Mi sono specializzato per caso grazie ai buoni uffici di un amico, che mi ha dato da tradurre nel 1994 un libro di McDonald sulle canzoni dei Beatles.

«Beatlesologo» da più di vent’anni. Giornalista?

Dal 1974. Il primo giornale fu proprio «Bresciaoggi». Avevo letto l’annuncio sul «Giornale di Brescia»: cercavano giornalisti per un nuovo quotidiano... Ho superato tutti i test, una prima selezione, una seconda scrematura, preparato gli articoli di prova. Renzo Bresciani, caporedattore degli spettacoli, mi fece scrivere la recensione di uno spettacolo di varietà, con donnine seminude e battute comiche. Oggi si chiamerebbe burleque. Il capo leggeva e poi strappava finché non andava bene. Ho imparato tanto.

Nel frattempo studiava?

Sì, Medicina. Volevo collaborare con un giornale per andare agli spettacoli e avere i dischi gratis. Poi ho lavorato per una radio piratissima, nata nel giugno ’74 e chiusa un mese dopo. Nel ’75 sono passato a Radio Brescia. Pensavo di fare lo psichiatra. Più o meno sto facendo lo stesso mestiere.

Di cosa voleva occuparsi?

Musica. Il mio interesse forte è sempre stato quello. Ma se vieni a lavorare qui, vieni a fare tutto, mi dissero subito a «Bresciaoggi». Il giorno della bomba in piazza Loggia ero lì a coprire il comizio. Al momento non ho sentito nessun botto assordante. Un rumore. Ero a 50 metri. Nell’edizione straordinaria c’è anche il mio nome.

Quando ha lasciato Brescia?

Nel ’77 sono andato a Milano. All’epoca lavoravo anche in un negozio di dischi, «La voce del padrone», all’angolo fra corso Zanardelli e via Mazzini. Ho cominciato a lavorare all’ufficio stampa della Emi. Credevo che essere giornalista sarebbe stato un vantaggio, invece avere a che fare coi colleghi è stato un disastro. Ma sono stati anni intensi. Non dimentico i concerti di Patti Smith nel ’79. A Bologna c’eranno 40mila persone, a Firenze 50mila. Una roba pazzesca. E una bella empatia con l’artista. Quando torna in italia, e ultimamente capita spesso, si rievocano i tempi di allora. Piacevole.

Come definirebbe oggi il suo lavoro?

Divertente, faticoso. Si campa a volte bene, spesso con fatica.

Una soddisfazione fra le altre?

Beh, sicuramente singolare è stata l’invenzione del Mi-Sex.

La fiera del porno. L’ha ideata, è ancora proprietario del marchio.

Mi ha dato visibilità, ma era un grosso rischio. Fosse andato male, sarei stato considerato quello stupido che si era sporcato le mani col porno. Invece è andata bene e sono il furbone che è diventato benestante con il porno. Ma la cosa di cui vado più orgoglioso è un’altra.

Quale?

La simultanea delle bande municipali, 235 in tutta Italia. Hanno intonato tutte insieme «La canzone del sole» di Lucio Battisti, nel 2005. Un progetto partito da Rodengo Saiano. Per me che sono di Brescia, nato in casa in via Carlo Cattaneo, una vera gioia. Un esperimento mai tentato. Avrebbero dovuto darci l’iscrizione al Guinness dei primati, ma non c’erano 235 ispettori a disposizione...

Com’è approdato a Rockol?

Sono entrato al secondo anno, nel’estate del ’96. Sono direttore editoriale da vent’anni. È un giornale, mica un portale Internet.

Difficile portarlo avanti?

Ancora di più di questi tempi. Anche i giornali classici, più strutturati, faticano. Ma i siti di informazione di corazzate nazionali sono nati e morti in fretta. Noi abbiamo sempre vissuto sotto il livello minimo di sopravvivenza. Quando la pubblicità non c’è più stata per nessuno, noi abbiamo continuato a campare. Dobbiamo fare tutto, siamo generalisti: copriamo da Pupo a Frank Zappa.

Che musica troverei, nella sua auto?

Dal 2009 mi occupo soprattutto di giovani autori. Sono fiero di aver pescato con la prima edizione di «Genova per voi» un’autrice come Federica Abbate, che ha scritto «Roma Bangkok» e «Nessun grado di separazione». Io non prendo Siae, non chiedo niente. Giusto il gusto di scoprire, ascoltare cose nuove. Per la rabbia di mia moglie: pensavo mi avresti fatto ascoltare tanta bella musica, non questa roba qua. Perché è in auto che ascolto. Lo sanno mia moglie e mio figlio Edoardo, 7 anni a dicembre. Sono un primiparo attempato.

Hobby, musica a parte?

Non ho tempo. La benedizione e la maledizione di chi fa della propria passione un lavoro. Non c’è sabato o domenica. Ma, il giorno in cui morirò, se avrò una lapide vorrò scritto: Non mi sono mai annoiato.

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