«Grazie, Brescia
Qui si può davvero
fare del bene»

Ambra Angiolini, 39 anni: già 19 i lungometraggi nella sua carriera. Nelle sue corde cinema, teatro, radio, televisione
Ambra Angiolini, 39 anni: già 19 i lungometraggi nella sua carriera. Nelle sue corde cinema, teatro, radio, televisione (BATCH)
09.10.2016

Pensa positivo. Cioè concretamente. Parole che diventano fatti, passi che segnano tappe. E, fra i traguardi tagliati, una quantità industriale di luoghi comuni smentiti. Come quello su Brescia città fredda e poco adatta a chi è romano, per esempio. O quello sui fenomeni televisivi che durano una stagione, pure.

Ambra Angiolini incarna la capacità di andare oltre. Il suo karma la conduce lungo un percorso artistico completo: conduttrice televisiva, conduttrice radiofonica, cantante. Ma soprattutto attrice. Al cinema, a teatro. Mica poco, mica da tutti, mica male, partire zainetto in spalla e arrivare a vincere un David di Donatello.

«Qui ho trovato una dimensione ideale per me», dice Ambra, bresciana da tre lustri ormai, arrivata in città per amore di Francesco Renga e qui rimasta, a crescere i figli Jolanda e Leonardo. È qui che pensa positivo, cioè concretamente: qui, il mese scorso, ha dato vita all’iniziativa benefica per Amatrice. Diecimila euro raccolti e consegnati il 4 ottobre, allo stadio di Rieti, al sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi. L’incasso di #ionontremo, l’evento ideato e voluto dai bambini della scuola primaria Marconi di Sant’Eufemia. Alla cena-spettacolo solidale, per cui si sono dati da fare con loro anche ragazzi della scuola media Carducci, erano attese duecento persone. Ne sono arrivate più di trecento.

Si sarebbe mai aspettata una cosa del genere?

Il risultato va oltre le aspettative. Premia l’impegno mio e delle persone coinvolte in questa avventura, nata chiacchierando una domenica a pranzo in un ristorante di Brescia. La verità è che, grazie al fatto di risiedere qui, in questi anni ho realizzato sogni che altrove non sarebbero stati possibili. Per esempio l’amicizia con Antonella Agnelli, la maestra della mia Jolanda, ha fatto nascere una gran voglia di far succedere le cose. Una modalità bellissima, che per stanchezza si è persa qua e là. Abbiamo cominciato a creare laboratori teatrali, affrontando le difficoltà legate al mondo dei grandi del quale non faccio parte. Sono fatta così, sarò sempre così. Noi pensiamo come due bambine, pensiamo che le cose possano succedere. Crediamo alle fate e ai mostri. Il piccolo lavoro realizzato nel nostro quartier generale, un cortometraggio che ha raccolto complimenti in tutta Italia, è un biglietto da visita: noi siamo questa cosa. Il terremoto ha mosso tanto le coscienze. Abbiamo pensato che attraverso i bambini si potesse fare qualcosa di più per le zone colpite.

Come hanno reagito, i bambini?

Erano preoccupati: siamo lontani, come si fa... Io e la maestra, insieme, abbiamo fatto nascere la voglia di creare qualcosa. Le mani legate possono slegarsi, insieme. E consegnare un bottino miracoloso. A Rieti, il 4 ottobre, è stato emozionante vedere l’assessore tremare, il sindaco con gli occhi lucidi. Io ho portato una mazzetta di cui andar fieri: senza giri di banche, la generosità dei bresciani direttamente nelle mani di chi ha bisogno. Ringrazio i bresciani con tutta me stessa. Voglio ringraziare Fabio Larovere, altro mio parente bresciano, Nives Castrezzati, che ha curato tutta la parte burocratica, e Gianluca Gabriele. Poi penso al catering di Barbieri: una cena clamorosa, gratuita. Certo, tutt’intorno a questo cuore pulsante gli episodi spiacevoli non sono mancati: colpi di scena negativi, come locali che chiedevano soldi per ospitare l’evento, o persone che dicevano di aver già fatto tanta beneficenza. Io la mano in tasca l’ho sempre messa, perché bisogna dare l’esempio. L’esempio paga più delle parole, perché le parole poi non muoiano di solitudine. A Brescia hanno messo le mani nelle tasche in tanti. Il risultato è una serata indimenticabile, oltre che utile.

Carlo Verdone, romano come lei, ha detto che a Brescia è più facile portare avanti certe iniziative.

Ho la stessa sensazione. Sarà che, se escludiamo Francesco (Renga, ndr), nessuno è profeta in patria... A Brescia ho trovato la disponibilità a un gemellaggio splendido. Lontano da Roma noi romani riusciamo a fare cose pazzesche, che là, chissà perché, non sono possibili. A Brescia, in questi anni, ho trovato un giusto equilibrio. Cambiare città, mettendomi in difficoltà, mi ha reso più vogliosa di fare. Dovevo organizzarmi, ricrearmi un universo. È venuta fuori una energia che in un altro luogo forse non sarebbe uscita.

In questo contesto insieme a Francesco Renga è riuscita a gestire una situazione non facile, a proteggere la famiglia in un momento delicato come una separazione.

E quel po’ di circo mediatico che c’è stato non è stato certo voluto da noi. Ancora oggi la nostra vicenda fa parlare tante persone a un livello che definirei di media eleganza. Ma non è possibile, ma tornate insieme... Per tutti è un sogno infranto. Penso che sia stato proprio un amore gigantesco. Tanto profondo che è riuscito a spaventare la rabbia.

Riavvolgendo il nastro. Rivede mai l’Ambra degli inizi?

Una ragazzina burbera di periferia... Mi dovevo difendere! Attenta agli sconosciuti, mi dicevano sempre i miei genitori. Abitavamo in affitto in un luogo ora bellissimo, in una realtà allora piena di persone rumorose. I miei lavoravano, mi dicevano di essere diffidente.

E quella «diffidenza», valorizzata dal genio malefico di Boncompagni, in «Non è la Rai» funzionava tanto.

Boncompagni era divertito dal mio atteggiamento, severissimo. Dicevo cose serissime, a 13 anni! Mi chiedeva perché non togliessi il casco quando andavo in motorino e rispondevo mamma e papà non vogliono. Se mi regalavano un vestito, replicavo meglio una caramella. Sembravo Mork.

E sembra passata un’eternità. Lei ora recita in un bel film dopo l’altro. Ma è vero, come dice Pupi Avati, che il cinema italiano oggi non è all’altezza del glorioso passato?

Proprio in questi giorni sto girando il film con Avati per Rai Uno. Quindi Avati ha sempre ragione... Battute a parte: io vivo di vecchi film, anche una bocciatura in un provino con autori meravigliosi come quelli di un tempo per me sarebbe un sogno. Ma ho avuto anche la fortuna di conoscerne tanti di bravi, fra i vivi che ho frequentato. Si pensi a Mainetti. Era considerato un attore... così. Invece covava dentro la voglia di far uscire la sua cifra. E quella cifra è esplosa, con il suo Jeeg, in modo tale che non si poteva non riconoscerne la grandezza. Il bollore del sangue nasce anche dalle difficoltà superate in precedenza.

Cosa l’aspetta adesso, a parte il film per la tv con Avati?

Il 3 novembre esce nelle sale «7 minuti», di Michele Placido. E il 3 novembre sarò in teatro a Pesaro con la tournée di «Tradimenti», ancora con la regìa di Placido. A Brescia non siamo ancora riusciti ad arrivare. Non so perché. Mi piacerebbe.

Ha visto il nuovo corso del Centro Teatrale Bresciano? Baresani presidente, Filippi e Vastapane in consiglio. Forte l’impronta femminile.

Mi fa pensare il fatto che al giorno d’oggi sia ancora una notizia. Mi fa pensare la questione femminile. Virginia Raggi, sindaco di Roma, definita la nuova Ambra con l’auricolare... Nel 2016, un’espressione così vecchia... Una traggedia! Io spero che in futuro le persone vengano considerate con nome e cognome, non in quanto maschio o femmina.

Avrebbe voglia di tornare a fare televisione?

Non snobbo il mezzo che mi ha dato alla luce professionalmente. Valuterei volentieri un progetto interessante. Ora per fortuna ne ho diversi con cinema e teatro, porto avanti quelli. Il fenomeno televisivo che ho rappresentato da ragazza, con orgoglio, divertimento e qualche dramma, è finito da vent’anni. Archiviati il Dopofestival con Baudo e qualche esperimento, non ho mai trovato una cifra realmente mia. Ammiro tanto chi la fa bene. Cattelan su Sky, per esempio, è un mix perfetto. È maturato in quel linguaggio lì, ha un atteggiamento fisico che ti ben dispone e gli consente di dire cose anche toste.

Quando non lavora?

Come hobby, arrampico. Son felice, sto bene: quello è il mio posto magico. Tutto è facile nelle difficoltà, nel pericolo. Poi si torna con un’altra energia, un’altra faccia. Altro che lifting!

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