«Giro il mondo
e faccio blues:
la vita che volevo»

Cek Franceschetti: 44 anni, suona blues da quand’era ragazzo. Ha deciso di fare il musicista dopo aver visto «Mississippi adventure»
Cek Franceschetti: 44 anni, suona blues da quand’era ragazzo. Ha deciso di fare il musicista dopo aver visto «Mississippi adventure»
19.08.2018

Nasce come Andrea, ma così non lo chiama (quasi) nessuno. Per tanti è il re del blues, quello made in Brescia. Per tutti è Cek. Cek Franceschetti. Spirito camuno, suono americano. «Siamo tutti suoi pronipoti», gli rendeva omaggio due settimane fa su queste colonne Beppe Facchetti, uno che ha diviso il palco con centinaia di musicisti. Cek fa lo stesso, e se ripensa ai concerti passati... «beh, sarò sui duemila ormai. Anche perché io suono ovunque mi chiamino. Purché mi lascino fare la mia musica». Si fa presto a dire blues. A Brescia non era mica facile, per gli amanti del genere, fino a qualche tempo fa. Adesso è diverso anche grazie alla testardaggine, unita al talento, di chi è nato a Iseo il 24 novembre del ’73, è cresciuto a Pisogne e di Pisogne si sente, ma con la sua chitarra ha girato il mondo: Svizzera, Germania, America. «Nella mia famiglia non suonava nessuno - ricorda -. Ma ho avuto una fortuna: c’era una collezione di dischi, piccola ma valida. Jazz e blues, Duke Ellington e Louis Armstrong, John Lee Hooker e Muddy Waters. Meraviglia».

Ha fatto tutto da solo?
No: mia zia Grazia era fanatica dei Rolling Stones. Io ascoltavo musica tutto il giorno.

Ha sempre voluto suonare?
Sempre. Vedevo al mio paese le orchestre, alle sagre come alle feste di partito. Guardavo il batterista, il sassofonista, e restavo incantato. Ho iniziato a fare sul serio a 14 anni, anche se già prima strimpellavo la chitarra della zia. Ho ancora i suoi dischi di Jimi Hendrix. Un altro regalo decisivo è stato a un compleanno, dai miei genitori: una chitarra classica.

Una folgorazione?
Per i primi 3-4 giorni no. Poi ho incontrato un mio coetaneo in paese, l’ho sentito suonare un paio di accordi e... niente, è stata una malattia istantanea. Da quel giorno per me è esistito solo il blues. La chitarra, l’adesivo Vagabond. E ho visto il film della mia vita.

Ha visto la luce con i Blues Brothers?
No, per quanto abbia visto tante volte anche quel film. Ma il mio è stato un altro: «Mississippi adventure», con Ralph Macchio. Era il 1986, prime videoteche, ho noleggiato la cassetta tante di quelle volte che alla fine il negoziante me l’ha regalata. La storia di un ragazzino annoiato con la passione del blues che arriva con la sua chitarra a duellare con Steve Vai. La colonna sonora era di Ry Cooder. Mandavo tutto a memoria.

Andava ai concerti?
Ero un nerd della musica dal vivo! In quel periodo in Valcamonica c’era tanta gente che suonava. Con il «Public House» Paolo Mazzucchelli aveva creato movimento: rassegne per gruppi emergenti, band dall’Inghilterra e dall’America. Io mi vedevo ogni concerto. Se ce n’era uno dei Foman Blues al Tonale, facevo l’autostop. Il mio sogno era fare quella vita. Suonare, cantare. Dare allegria alla gente. Ho fatto il liceo linguistico a Darfo, mi sono iscritto alla Cattolica di Brescia per far contenti i miei ed è stato un bene staccarmi da Pisogne, dove non trovavo gente che volesse fare blues. Dopo un anno ho salutato l’università, mi son messo a suonare davvero e non ho più smesso.

Primi anni ’90: non era un momento favorevole.
Andavano di moda noise e grunge, ho provato anch’io a suonare i Nirvana. Poi ho scoperto che da Iseo in giù c’era anche gente che amava Muddy Waters. Pietro Maria Tisi, con cui suono ancora, mi ha aperto un mondo. Grazie a Roberto Bellan ho iniziato a frequentare la scena locale. All’inizio c’era solo il «Benzo», Sergio Benzoni, con la sua band. Pian piano si è formata una scena con gente come Chuck Ford, Beppe Facchetti. Io ho suonato rock anni ’50 con gli Smoking Rockers: Tisi, Mirkaccio Dettori, Carlo Poddighe che stasera potrebbe salire sul palco con Elton John e fare un figurone senza aver studiato i pezzi. Alle jam hanno iniziato a venire ragazzi come Kevin Magliolo, Alle B Goode, Simone Grazioli. Hanno assorbito, con sincero amore per la musica. Giovani così danno stimoli. C’è uno scambio intenso. Pur con gli anni di differenza, imparo tanto da loro.

Quando ha cominciato a girare il mondo?
Nel 2002, con i Cek Out, insieme ai fratelli Xeres: Svizzera, Germania fino al 2007. Poi con Tisi e Poddighe sono nati i Cek Deluxe. Abbiamo vinto il concorso International Blues Challenger, nel 2008, e siamo andati in America per due mesi a suonare.

Com’è stato?
Favoloso. Memphis, New Orleans, Indianola, Austin in Texas... Gente fantastica. Sono tornato nel 2014, in Louisiana, al «Downriver: Mighty Mississippi River Festival», tramite la Slang Music, gemellata con l’agenzia di gospel che organizzava. Un mese di full immersion, ho suonato ovunque. Era come se fosse sempre Capodanno. Avevo fatto il roadie per la Slang Music di Giancarlo Trenti: portavo i gruppi gospel in giro per l’Italia. Tutto quello che so sul modo di tenere il palco, di donarsi al pubblico, l’ho imparato da loro, che s’impegnano all’Arena di Verona come in una chiesetta di Avellino davanti a 10 persone.

Il pubblico è uguale ovunque?
No: quello straniero risponde sempre meglio. Ascolta di più, è curioso. Dà valore alla musica.

Il concerto migliore?
Primo marzo scorso a Carmen Town, per la presentazione del nuovo disco. Con i Cek Deluxe ero fermo dal 2012: è stata una bomba, abbiamo tirato giù tutto. È un bel periodo, ho una nuova band con Mattia Bertolassi alla batteria, Luke Abbott all’armonica, Tisi e quando può Poddighe. Siamo carichi, ci divertiamo.

La data da cancellare, invece?
Una, pittoresca. Ci chiamano in Valcamonica, arriviamo e il locale è un cantiere, non c’è il palco, niente. Il gestore ci dice «Tranquilli, è tutto ok, l’evento si fa, io sto cucinando i polli». Eppure non si sente il profumo. Comincia un viavai, dopo un po’ il gestore torna e ci dice «Mi spiace, il concerto non si fa più, vi pagherò comunque». Pazzesco! Un’altra volta, invece: Alparco di Verolanuova, pubblico delle grandi occasioni, sono di casa, ma non mi sembra di stare suonando come vorrei; così prima dei bis saluto e me ne vado. Non volevo essere pagato, non volevo suonare mai più. Un cortocircuito. Ma mi son ripreso. Del resto sono monomaniacale. Se non suono ascolto dischi, se non ascolto costruisco amplificatori.

Autodidatta?
No. A un certo punto mi sono iscritto a una scuola di musica, per imparare alfabeto e sintassi: non sarò un poeta, ma devo saper leggere e scrivere. Accordi, scale. Dico grazie al mio maestro, Giuseppe Rusconi.

Di chi è fan Cek?
Sarebbe facile dire Hendrix, Clapton. Dico Johnny Winter. Steve Ray Vaughan. E fra i classici, Ellmore James. In Italia ho seguito Maurizio Gnola, Nick Becattini.

Voleva questa vita. È felice?
Sì! Questa settimana ho suonato con Tijuana Horror Club alla Festa di Radio Onda d’Urto, dove tornerò con Abbott domani. Il primo settembre sarò a Provaglio, al festival Liberidi, con Sipolo. Suonare, far sorridere: la vita che volevo. E che voglio.