«Gino ha riempito la vita
di tutti noi. Brescia doveva
apprezzarlo di più»

Gino Corioni e la moglie Annamaria Bottazzi inaugurano la Club House il 16 dicembre 2013
Gino Corioni e la moglie Annamaria Bottazzi inaugurano la Club House il 16 dicembre 2013 (BATCH)
08.03.2017

Gino Corioni sta seduto su un pallone e intanto guarda lontano. La casa di Ospitaletto è piena di sue fotografe. Questa è particolarmente significativa: sembra che niente gli sfugga anche dal posto lassù dove sta da un anno esatto.

Un quadro è il regalo più recente. È un pensiero del maestro di tennis Emidio Rossi, consegnato alla famiglia durante le premiazioni dell’ultimo Circuito di Natale, manifestazione giovanile sostenuta per anni dalla generosità del pres: ritrae Corioni, la sua azienda (la Saniplast), le tre squadre della sua vita (Ospitaletto, Bologna, Brescia), i simboli della città.

Annamaria Bottazzi, la moglie di Corioni, lo mostra orgogliosa: «La riconoscenza esiste ancora», dice. Tutto a Ospitaletto, dietro quelle mura belle e ampie, parla ancora di lui. E il ricordo è dolce.

Signora Anna Maria, cosa le manca di suo marito?

La presenza fisica. A Gino tutti riconoscevano un carattere indomabile. E non era leggenda. Aveva la tempra di un leone. Un lottatore indomito. Anche nell’ultima fase della sua vita.

Come è stato l’ultimo periodo?

Era pensieroso, quasi che sentisse arrivare la fine. Io non so se per paura, forse per rispetto ma non gli ho mai chiesto cosa gli passasse per la testa. Ma era così anche da ragazzo, sa?

Come’era il presidente da giovane?

Anche le prime volte che uscivamo era perso nel suo mondo, nel labirinto delle sue cose. Lo sorpresi un giorno dicendogli: darei un penny per i tuoi pensieri. È la frase di un famoso film.

La pronunciò Jeanne Moreau in Querelle.

Esattamente. Ho avuto spesso la tentazione di chiederglielo, anche negli ultimi tempi. Secondo me si stava guardando dentro, stava ripassando la sua vita. E poi dovevo tenere conto di un altro fatto.

Quale?

Mio marito era abituato a passare il 90 per cento del suo tempo fuori dall’ambiente famigliare. A un certo punto si è trovato a trascorrere il 90 per cento in casa. Un cambiamento incredibile.

Come l’ha conosciuto?

Era il 1963. Un mio collega d’ufficio, che era di Ospitaletto, mi invita al battesimo di suo figlio. Io stavo a Brescia, manco sapevo che esistesse Ospitaletto. Prendo la corriera e scendo in piazza Roma, seduti fuori dal bar ci sono alcuni giovanotti, tra cui Gino. Non mi avevano mai visto prima. Figurarsi: da dove spunta questa?

Cosa accadde?

In quella giornata niente. Lavoravo in un’agenzia assicurativa e tempo dopo mi danno una pratica con scritto Corioni-Zani e mi dicono che questo Corioni vuole conoscermi. «Se capiterà l’occasione», dico io.

E l’occasione come è capitata?

Un giorno mi chiama lui, ero al lavoro: è da mesi che aspetto di incontrarla, mi dice. Quando ci vediamo? Io chiedo alla mia amica Gloria se mi può dare una mano. Sa, all’epoca una ragazza mica poteva uscire da sola con uno sconosciuto. Riusciamo a combinare.

E la prima uscita quando avviene?

Il giorno del 26° compleanno di Gino, il 9 giugno 1963. Siamo in 4, andiamo in un ristorante a Tremosine. A un certo punto ordiniamo tutti, tranne lui. La cameriera si rivolge a me: suo marito cosa prende? Io sto al gioco e gli dico: e tu marito cosa prendi? Ecco, è iniziata così. Nel 1966 ci siamo sposati.

Che cosa l’ha colpita di lui?

Io non avevo fiducia negli uomini. Se ti volevano conoscere, i più avevano un obiettivo, non stavano a vedere l’involucro, cosa c’era dentro. Ecco, Gino si è interessato prima di tutto all’involucro, mi ha voluto conoscere davvero. Probabilmente nemmeno lui si fidava delle donne.

E allora non si interessava ancora di calcio.

Eh, il calcio... Ma lo sa che non leggo più quotidiani sportivi, non vedo più partite alla Tv, non ne voglio più sentire parlare? Quando decise di prendere l’Ospitaletto, io gli dissi di no. Ma lui ha sempre guidato le vite di tutti noi, se n’è appropriato. All’inizio diceva che il calcio non lo avrebbe impegnato più di tanto, che sarebbe andato a vedere solo le partite più importanti. Io, che lo conoscevo bene, sapevo che non sarebbe andata così. Quando mio marito faceva una cosa, andava fino in fondo.

E infatti...

Infatti non andava a vedere solo le gare in casa, ma pure quelle in trasferta, gli allenamenti. Per non parlare delle riunioni. E per battesimi, cresime, comunioni si sceglieva un ristorante vicino alla partita.

È vero che una volta promise di portarla in gita a Firenze e invece...

Invece mi portò a vedere Fiorentina-Juventus. Il Battistero? Gli Uffizi? Di Firenze vidi solo lo stadio! Gino era tifoso bianconero, impazziva per Sivori. Aveva un debole per i numeri 10, per i giocatori di talento.

Come Roberto Baggio.

Se Baggio è arrivato a Brescia, è solo perchè per una volta mi ha dato ascolto.

Il presidente lo ha ammesso più volte. Come nacque tutto?

Ero a casa da sola alle 11 di sera e stavo facendo zapping. A un certo punto sulla Rai mi imbatto in un’intervista a Baggio che si stava allenando sul campetto di casa sua. Non lo voleva nessuno.

E lei si fermò ad ascoltarla.

Sì, mi pareva strano che un campione del genere fosse fermo. Fui colpita dalla pacatezza delle sue frasi. Il giornalista lo incalzava sugli allenatori con cui aveva avuto diverbi, lui non scese nella polemica. Diede risposte intelligenti.

Poi cosa accadde?

Qualche giorno dopo eravamo sul lago di Garda, a un certo punto lessi che la Reggina era interessata a Baggio. Mio marito era accanto a me. Gli dissi: scusa, ma se la Reggina può permettersi un campione del genere, a maggior ragione il Brescia. Dai, provaci.

Lui cosa rispose?

Ma cosa stai dicendo, tu sei matta! Ma nella sua testa era già scattato tutto il meccanismo. E dopo un paio di settimane mi ritrovai Baggio, all’una di notte, a firmare il contratto nella cucina di casa nostra. Un grande, Roby, molto simile a mio marito.

In che senso?

Non ha mai dimenticato da dove è venuto. Gino è sempre stato legatissimo a Ospitaletto, ai suoi amici. Quando andammo a un compleanno di Baggio a casa sua, del mondo del calcio c’eravamo solo noi e Moratti. Il resto tutti amici e parenti.

Formidabili quegli anni!

Ma mio marito aveva ragione quando diceva dei bresciani: “non ci sono personaggi all’altezza, per questo non accettano che il figlio di un contadino come me finisca sui giornali“. Non è stato apprezzato come meritava: si è sacrificato per far divertire i bresciani.

A distanza di un anno c’è qualcosa che vorrebbe dirgli?

Ogni sera gli parlo, gli raccomando di vegliare da lassù su tutti noi, sui nostri 5 figli, sui nipoti. Avrei dovuto insistere di più per sapere cosa gli passava per la testa negli ultimi tempi. Altro che un penny avrei dato per i suoi pensieri.

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