«Fra il Diocesano
e Balotelli, in nome
della bellezza»

Felice Martinelli, artista classe 1962, si occupa della progettazione di opere in contesti architettonici e paesaggistici
Felice Martinelli, artista classe 1962, si occupa della progettazione di opere in contesti architettonici e paesaggistici (BATCH)
30.07.2017

Ti racconta quello che ha fatto, i risultati che ha raggiunto, con la naturalezza di chi sta dividendo con te gli stuzzichini dell’aperitivo. Eppure non sono calici, quelli che alza.

Felice Martinelli agita bozzetti, muove le mani e gli occhi si illuminano, ripensando alle opere che si faranno e a quelle già compiute. Creazioni pubbliche o cose privatissime, per il Museo Diocesano come per gli appartamenti di Mario Balotelli. Da un ingresso che conduce a codici miniati antichi alla «jungle wall» voluta dal calciatore più discusso di questi anni.

«Bravo ragazzo, Balotelli. Davvero. Ho lavorato a casa sua, a Mompiano, nel 2013 - ricorda oggi questo ragazzo di 55 anni, contagioso nel suo entusiasmo -. Una tappa lungo un percorso, il mio, che non mi fa annoiare mai. Avvincente, devo dire. Sempre di più».

Verrebbe facile, la battuta. Felice di nome e di fatto. E fotograferebbe la verità di una dimensione quotidiana che in tanti (quasi tutti) si sognano per una vita: Felice nel suo ambiente con la gioia di chi non si stanca mai di starci, fra manufatti, modelli per una grande scultura scorrevole, cementi per interventi parietali, un sobrio trono dell’ospite... In una stanza più grande di quel che sembri, rimpicciolita com’è dalla quantità enorme e preziosa di opere dell’ingegno. Imbevuta di creatività e del vitalismo di chi è stato protagonista alla Biennale di Venezia (nel 2011), ma nella sua vita è stato anche un po’ calciatore e un po’ musicista, prima di imporsi con la forza della sua pittura, della sua scultura.

«Io mi diverto, lavorando - spiega -. Mi sono divertito, per esempio, a utilizzare materiali industriali di scarto, ad affrontare tematiche forti per vie sempre più materiche».

Il suo covo è qui, a Coccaglio, in via Mazzocchi.

Fra bozze e bozzetti, a casa, rielaboro una cultura visiva che contempla gli aspetti del fare. Prima mi dedicavo alla pittura, ai disegni, ora prediligo i progetti plastici, mi piace operare con il ferro.

Come definirebbe la sua preparazione?

Trasversale. Nel 1983 mi sono diplomato alla Civica Scuola di Liuteria antica a Milano. E ho studiato all’Accademia di Belle Arti Carrara di Bergamo, diplomandomi nell’88 a Milano all’Accademia di Belle Arti Brera.

Accademia in cui insegna dal 1991. A chi deve dire grazie?

Ho cominciato dal Gambara, dal liceo artistico. Se ripenso al primo incontro stimolante per la mia formazione, mi viene in mente la figura di Pier Virginio Begni Redona. Semplicemente perché mi ha insegnato tanto.

Se ripensa alle sue opere?

La prima committenza pubblica che ho avuto è la realizzazione del grande ciclo pittorico nella sala consiliare del municipio di Coccaglio. Poi voglio citare la grande bocca a Cazzago San Martino, fuori dal casello di Rovato, nel ’99. Uno spazio fra tessuto urbano e vita quotidiana. A me piace donare una possibilità pubblica di frequentare l’opera. E la grande bocca per me rappresenta la sorgente della vita.

Al Diocesano c’erano già delle opere sue, prime del portale.

Sì, poi nel grande spazio sotto il salone del refettorio, che ospita anche eventi, si è deciso di pensare ad un ingresso indipendente per gli eventi, oltre che per i codici. Un portale in via Rua Confettora. Opera che mi rappresenta.

Cosa cerca con la sua arte, oggi?

Un rigore assoluto. Segni, tracce. Maglie sfibrate di cromie dimenticate, imbastardite, prodotto di mescole inconsuete. Un percorso di immagini possibili e scenari dubbi, tra alzati architettonici e visioni urbane, paesaggi improbabili, monoliti ruvidi. I miei ultimi lavori sono muri plastici, «Strong», altorilievi fatti finiti consegnati. Poi, tutto nasce sempre dal disegno.

Opere sostenute da un invidiabile equilibrio. Era bravo, in geometria?

No, scarso! Ma la misura delle cose è istintiva. Come l’orecchio per i musicisti naturali.

Paul McCartney non legge la musica, James Brown si faceva capire dagli orchestrali cantando l’idea di melodia che aveva...

La passione per la musica mi ha portato a curare con il mio amico Domenico Clapasson «Nuovi antichissimi mondi» nel 2001 e «Wedding Songs» nel 2005. E mi accompagna sempre.

Dovesse scegliere una colonna sonora per le sue opere?

Wagner. La furia. Senza dubbio.

Felice Martinelli è fotografato da numerose monografie, da «Anatomiche», «Grande bocca e altri fuochi» degli anni ’90 a «Crash» e «Quasi ombra» degli anni ’10. Se dovesse definire il suo percorso?

Il mio iter è stato zigzagante. Ho sempre guardato a tutto, alla danza, alla musica. Giocavo a calcio, da ragazzo. Mezz’ala, regista. Il mio allenatore era Messora, all’Unitas Coccaglio. Ero ambidestro, me la cavavo. Fra i bresciani della mia età c’era Quaggiotto, che aveva una legnata di tiro da fuori...

Che squadra tifa?

La Fiorentina. Per Giancarlo Antognoni, che con il suo modo di giocare elegante era il mio idolo. E perché Firenze è Firenze. Io amo l’Italia, i grandi cicli pittorici, la meraviglia dei centri storici delle nostre città. Ogni bambino è stimolato dalla visione di certi capolavori.

Cosa dice ai suoi allievi, all’Accademia?

Io insegno progettazione. Spiego che devono confrontarsi con culture diverse, perché oggi l’informazione del committente è più esigente, devi avere un appeal newyorchese se vuoi emergere.

Lei non firma mai le sue opere.

No, volutamente: l’opera parla da sé.

Cos’ha scritto sulla carta d’identità alla voce «professione»?

Nemmeno lo so... Io penso all’arte, credo nell’opera. Qui è una guerra, ogni giorno. Chi fa il mio mestiere deve stare in prima linea con impegno e senso di responsabilità. Quel che possiamo fare è trasmettere prospettive salvifiche. Mi metto, sempre e comunque, al servizio dell’opera. Il che... relativizza. Pur essendo cinto da un edonismo estremo, so che questa bellezza lascia dietro di sé un’eco serena. L’arte è un dono. La possibilità di una vita migliore.

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