«Festival da record
E la Filarmonica
è il mio orgoglio»

Pier Carlo Orizio, bresciano, classe 1963: è il direttore artistico del Festival Internazionale Pianistico di Brescia e Bergamo
Pier Carlo Orizio, bresciano, classe 1963: è il direttore artistico del Festival Internazionale Pianistico di Brescia e Bergamo (BATCH)
30.04.2017

Le radici sono profonde, piantate in un codice genetico dai caratteri luminosi: una vita per la musica e nella musica, da respirare e assimilare. Prima di ascoltarla, e plasmarla, incanalandone il flusso nelle vene di un’ispirazione pura.

Pier Carlo Orizio, bresciano, 54 anni, direttore d’orchestra e del Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo, è figlio e nipote d’arte. Ha raccolto il testimone di un grande musicista come suo padre Agostino, allievo di Benedetti Michelangeli e fondatore del Festival che lui ha ereditato e sta valorizzando. Nel solco tracciato ancor prima da nonno Pietro, organista e pianista (fu maestro di cappella a Chiari). Pier Carlo onora la tradizione della famiglia Orizio portandola avanti, e oltre.

«Il Festival è un lavoro che comincia molto tempo prima del suo inizio - spiega il direttore artistico, che giovedì ha assistito al successo della serata inaugurale al Teatro Grande -. Un lavoro che continua ancora. Tante le cose che si sono aggiunte strada facendo: penso al workshop di critica musicale, da ultimo. Certo, l’ossatura è nei concerti. Ed è un’annata fra le più ricche che ricordi».

È l’edizione del Festival più eclettica di sempre?

Sì. La più aperta, verso il territorio e le istituzioni. Poi devo dire che avverto un calore, un’attenzione sincera... Ripenso alla prova aperta: il teatro strapieno, oltre mille ragazzi, Salvatore Accardo che risponde alle domande, un’atmosfera stupenda.

Brescia manda segnali positivi, da qualche tempo a questa parte anche di più.

La nostra città, vero. Abbiamo fatto il record di abbonati con il Festival quest’anno, oltre 700 tessere per un pubblico stabile in un teatro da 1000 posti. Brescia è sempre più votata alla cultura. Altre città, invece, mandano segnali negativi. Roma, per esempio, è in difficoltà e questo non è giusto, non è sano. Se confrontiamo Roma e Milano con le altre capitali della musica in Europa, con Berlino e Londra, ma se le paragoniamo anche con Monaco e Francoforte, Liverpool e Manchester, ci rendiamo conto di come il raffronto sia complicato. E sfavorevole all’Italia.

«Nella mia famiglia ero quello che non sapeva leggere la musica», ha raccontato Paul McCartney nella sua recente biografia. In Inghilterra la passione per la musica è comune come quella del calcio. Qui no. In Italia esiste un problema culturale?

McCartney ha ragione. In certe parti del mondo esiste un’infinità di amatori veri, di gente che sa leggere la musica. Persone che di professione fanno il medico oppure il vigile, però una o due volte a settimana si ritrovano in cori non professionali di livello, sostanzialmente, professionale. Sono musicisti. Qua purtroppo c’è una pigrizia diffusa. Si è rotto qualcosa che non si è più ricucito. A Vienna nel primo ’900 c’erano centinaia di amateur che si ritrovavano per eseguire musica da camera. Non so a Roma, nel primo ’900. Ma se pensiamo al Triplo Concerto di Beethoven, in cui abbiamo ascoltato anche Accardo, la parte pianistica era scritta per un dilettante, e non è certo semplice. I dilettanti un tempo erano in grado di fare un concerto. Mozart voleva scrivere pezzi dai quali potesse trarre piacere un dilettante così come un professionista. Oggi non è così facile.

Lei nasce fra le note.

È vero. Nel senso che sono nato nella musica, sì, ma senza fanatismi. Mio padre, glielo rimprovero un po’, mi ha fatto iniziare tardi. Non mi ha spinto. Così i miei fratelli. Mio papà, abituato com’era a fare concerti, a volte non riteneva certi pezzi adatti a un bambino di soli 5 anni. Ma a me piacevano i Funerailles di Liszt, la Sonata Waldstein di Beethoven. Questione di predisposizione, di carattere. I dischi di Benedetti Michelangeli fanno parte del mio patrimonio genetico. Ce li ho stampati nella testa. Li amo. Difficile liberarsene.

La figura chiave della sua crescita, a parte suo padre?

Il mio maestro è stato Sergio Marengoni, che mi ha insegnato a leggere la musica. A imparare non soltanto ascoltando i dischi, ma in maniera analitica. Con Giancarlo Facchinetti ho studiato composizione. Importante, determinante. La mia ambizione però non è mai stata scrivere. Mi interessa sapere di composizione per poter svolgere un’adeguata analisi.

Cos’è per lei la musica?

Professione, passione. Non so farne a meno. È un’esigenza, un’urgenza, direi.

Riesce mai a starne lontano?

Ogni tanto capita di disintossicarmi... Dura poche ore. In quei momenti non ascolto nulla. Il problema è che un musicista sente la musica ovunque, anche mentre pedala in montagna. Pensa e ragiona musicalmente. A me succede soprattutto quando sono in fase di studio e mi sto impossessando di una nuova partitura. Il pensiero fisso, in quel caso, è un compagno di viaggio.

Quali considera le tappe fondamentali della sua carriera?

Penso a due avvenimenti. L’incontro con Bernstein. E il primo concerto con la Filarmonica di San Pietroburgo, nella loro sala. Come toccare la storia, essere dentro la storia. Se alla Scala si respirano Verdi e Puccini, lì si avverte ancora l’eco di Prokofiev, Shostakovich, Rachmaninoff... Quelle le tappe più importanti. Ma non vorrei trascuare l’incontro con Martha Argerich.

Quale collega stima di più?

Fra i direttori d’orchestra... Se mi avesse fatto questa domanda vent’anni fa, avrei detto Kleiber, Bernstein, Karajan. Adesso esistono magnifici musicisti, ma farei fatica a indicare il Bernstein dei nostri giorni. Citerei Kiril Petrenko, oggi. Direttore dell’Orchestra Filarmonica di Berlino. Ma personalità come quella di Bernstein in giro non ne vedo.

Da direttore artistico del Festival, di cosa va più fiero?

Sono molto orgoglioso della nostra orchestra. Qui ospitiamo le orchestre sinfoniche migliori del mondo, come la Filarmonica di San Pietroburgo. Ma non le ho create, quelle. Sono affezionato alla nostra Filarmonica, nata qua. Un conto è importare cultura, un conto costruirsela in casa. Tengo moltissimo a un’orchestra che si dimostra sempre all’altezza, è votata alla ricerca e permette a giovani bresciani e non soltanto di farsi valere: primo flauto, primo oboe e clarinetto, due trombonisti e alcuni archi bresciani... Non viviamo della gloria della passato, il nostro sguardo è rivolto al futuro e nasce nella brescianità. L’anno scorso il primo clarinetto era Daniel Roscia: ora è nella Budapest Festival Orchestra! Una soddisfazione anche più grande di ascoltare qui la Berliner Philharmoniker o la London Symphony. La mia sfida da vincere passa dalla Filarmonica del Festival.

Il fiore all’occhiello di questa edizione?

Un solista apparso qui per la prima volta: Alexander Malofeev, classe 2001. Impressionante, un pianista su cui puntare. Fra dieci anni, ma forse anche prima, lo troveremo tra i grandissimi. Piccole scommesse, che in passato abbiamo vinto. Yuja Wang aveva diciott’anni, Daniil Trifonov pochi di più. Abbiamo dato spazio a una generazione notevole di pianisti under 30. Una nostra missione.

La musica è passione esclusiva. Ma esiste spazio per qualche passatempo?

Mi piace volare: avevo un aereo, un piccolo ultraleggero. Purtroppo con la nascita del terzo figlio il tempo libero da dedicare ad altro è ancora meno. L’unico antistress è la bicicletta. La salita in Maddalena, le passeggiate in montagna. Ma questo è un mestiere in cui non si stacca mai. Non esiste una vera vacanza. È un rubinetto sempre aperto.

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