«Erede di Rodari?
No: lui educava
Io faccio poesia»

Roberto Piumini, 69 anni, camuno di nascita, scrittore. Ha riscritto e riadattato «Romeo e Giulietta» per la scuolaScena di «Tanti lati. Lati-tanti»
Roberto Piumini, 69 anni, camuno di nascita, scrittore. Ha riscritto e riadattato «Romeo e Giulietta» per la scuolaScena di «Tanti lati. Lati-tanti» (BATCH)
04.12.2016

Lo Stralisco. 1987.

«Viveva nella città turca di Malatya un pittore di nome Sakumat, non giovane ma nemmeno anziano: aveva l’età in cui gli uomini saggi sanno stare in amicizia con se stessi, senza perdere quella degli altri».

Quasi trent’anni dopo, Roberto Piumini può specchiarsi in queste parole. Può ritrovarsi nella fase dell’accettazione piena di sé. Ha già fatto vedere com’è. La sua anima, d’artista; la sua cifra, abbondante. Partito dal teatro, approdato ai libri, è diventato una stella della narrativa per l’infanzia, ma non si limita a questo. Scrive di tutto. Poesie e filastrocche, racconti e romanzi.

Scrive perché è nella sua natura, da sempre.

Perché è capace, decisamente.

Perché non può farne a meno, mai.

«Lo sa che nemmeno mi conviene scrivere così tanto? - sorride Piumini, classe 1947, edolese di nascita, voce calda e profonda -. Einaudi, con cui ho pubblicato «Lo Stralisco» e non solo, mi disse Se vuoi restare con noi, non scrivere più di un libro all’anno. Ma come potrei? Scrivo troppo, va bene. E allora? L’ho detto anche a Einaudi. Salutando.

Quanti libri ha pubblicato finora? Li conserva tutti?

Non li ho tutti nemmeno io, no. E mi rendo conto che nessuno può voler comprare tutto quello che produco. Ma va bene così. Credo di aver realizzato qualcosa come 700 titoli. Ho lavorato con un’ottantina di editori. Ho scritto per ragazzi, per adulti. Di tutto. Non mi sono mai fermato.

Ipercreatività rara, produttività da Guinness dei primati.

Sono un caso di sociologia della cultura, sì. Dal cartonato al romanzo, non mi son fatto mancare niente.

Da dov’è cominciato tutto?

Sono nato in Valle Camonica, ma da genitori... stranieri: dell’Appennino bolognese. Mio papà lavorava per la Forestale: io ho visto la luce a Edolo, una sorella in Valtrompia, un’altra nel Comasco. Avi etruschi, natali camuni, viaggi inevitabili. Da Edolo a Varese e poi a Milano.

Prima passione, il teatro.

Sì. Anche prima esperienza, direi. Ho lavorato per 3 anni con il Ctb, da attore, nel triennio 1973-1974-1975. Al tempo di Massimo Castri. Mio figlio Michele, che oggi fa il traduttore, è nato nel 1975.

Leggeva tanto o poco?

Leggevo i libri che mi davano a scuola quando vincevo le gare di catechismo. Mai avuta una biblioteca leopardiana. Ho sempre ascoltato la radio, coltivando il gusto del parlato. Le mie storie, ancora oggi, nascono per la voce. Sono raccontate per essere lette. Ho iniziato a scrivere poesie per conto mio dai 13 anni, da solo. Un’auto-scuola poetica. Sono diventato forte lettore col tempo. Scrivendo tanto, ho letto meno.

Come il pasticciere che non mangia dolci. Lei pensava di farlo, alla fine, lo scrittore?

Non ragionavo certo in termini di prosa. Pensavo di fare il pilota, da ragazzo, dopo aver visto tanti film sulla seconda guerra mondiale in cui gli americani dell’aviazione tiravano giù i giapponesi come passerotti. La carriera scolastica è stata complicata. Ho finito per fare pedagogia, la facoltà che mi dava più aperture, e mi sono laureato in estetica alla Cattolica di Milano, faticando per farcela. Prima avevo voglia di fare teatro sperimentale. Mi ero iscritto alla scuola del Piccolo e sarei entrato facilmente: ho buona capacità recitativa. Ma a quel punto insegnavo da supplente al liceo scientifico di Saronno e un collega, un prete insegnante di religione, trovò il modo di dissuadermi. Sei al terzo anno di pedagogia: finisci gli studi, prendi la laurea... Se fai l’attore adesso, bruci tutto. Avevo preparato un monologo. Accettai il consiglio e lasciai perdere.

Pentito?

No. Mi sono aperto ad altri interessi. Tenevo corsi nel Bresciano, dal Villaggio Sereno fino a Vobarno, sulle esperienze espressive. Dopo la nascita di mio figlio ho salutato il teatro come pratica esistenziale. Anche se ho continuato a scrivere un bel po’ di testi teatrali.

Scrittore dal?

Direi 1976, quando sul Garda in autunno ci fu il terremoto. Tenevo un corso a Toscolano, a Villa Zanardelli. C’erano insegnanti, suore, psicologi. Gruppi di espressione non verbale. A partire dalle parole «zucca, lago, alambicco», uscite dai fogliettini sui quali lavoravamo improvvisando, per scansare la noia scrissi una storia appunto su «zucca, lago, alambicco». La mia prima storia, conservata fino a 5 anni fa. L’ho regalata al primo nipotino, Pietro detto Pitù. Al secondo, Tommaso, ho dedicato «Pi».

Dopo quel terremoto, come è andata?

Ho scritto una cinquantina di storielle corte. Su consiglio di Roberto Denti, storico libraio milanese, ho contattato Gabriella Armando, delle Nuove Edizioni Romane. Facciamo un libro? Sì, subito. Era il 1977. La prima persona contattata era quella giusta.

L’opera di cui va più fiero?

Non so. A me piace la poesia narrativa. Anche per adulti.

Che ricordo conserva de «L’albero azzurro»?

È stata un’avventura importante, lungo gli anni ’90. Importante per due aspetti. Innanzitutto, è stato l’unico periodo in cui ho visto abbondanza economica. «L’albero azzurro», per la Rai, l’ho inventato con Bianca Pitzorno, con cui ho scritto romanzi a quattro mani. Per «L’albero» ho lavorato 10 anni. Sempre meno, col passare del tempo, alla progettazione: non sopporto di sprecare energie per la mediazione dei conflitti umani. Preferisco distrarmi dalla questioni che non mi interessano scrivendo testi. Quando il programma tv è diventato un circo di lotte per convenienze, mi sono ritirato a scrivere su commissione. La trasmissione è diventata un contenitore qualsiasi. Una storia, una canzone, una filastrocca al giorno: il tema era dato, mi ero impigrito. Dovevo cambiare.

Premio Andersen Baia delle favole nel 1983, Premio Piero Chiara nel 1991, Premio Graziosi nel 2014. L’elenco sarebbe lungo.

Mi hanno definito l’erede di Gianni Rodari. Ma, con tutto il rispetto, Rodari era un bravissimo educatore. Non un poeta. Io sì. Sono un poeta: parto dall’emozione estetica e lavoro sull’immaginario. I miei testi non contengono lezioncine. Amo le leggende antiche, le tradizioni. Per me un incontro importante è stato quello con Ersilia Zamponi, una professoressa di Omegna. Mi sono dedicato alle ricerche e ai giochi di parole e nell’84 è nata, sotto forma di ballata, «La capra Caterina». Nell’86 sono arrivati «I draghi locopei». E nell’88, sempre con Ersilia, «Colicanto», per guidare alla lettura di un testo poetico.

L’obiettivo?

Mettere a disposizione la mia macchina di linguaggio nobile. Ho fatto traduzioni e racconti. Ho realizzato anche una cinquantina di testi «in situazione», creando dal vivo insieme ai ragazzi. E testi per i musei, dalle mostre a una guida in versi per «Pistoia incantata». Faccio ancora spettacoli, recitando cose mie. E la mia voce fortunatamente si presta. Pubblico «poesie bambine» sul tema del mare, di domenica, per Il Sole 24 Ore. Mi piace creare, variando. Per «Quel che finisce bene - Storie fortunate di ragazzi del mondo» ho avuto la prefazione di Samantha Cristoforetti.

L’astronauta. Vuole andare nello spazio anche lei?

Ma no... Sono contento così. Il 14 marzo compio 70 anni. Se ripenso alla mia vita.... Valeva la pena essere così distratto.

Condividi la notizia