«Dylan Dog, Tex...
E adesso omaggio
la mia Brescia»

Gigi Simeoni: fra i creatori di Full Moon Project. Fumettista bonelliano per Nathan Never, Brendon, Gregory Hunter, Dylan Dog e TexIl pubblico del Pala Banco ieri
Gigi Simeoni: fra i creatori di Full Moon Project. Fumettista bonelliano per Nathan Never, Brendon, Gregory Hunter, Dylan Dog e TexIl pubblico del Pala Banco ieri (BATCH)
Gian Paolo Laffranchi30.10.2016

Chissà chi sarebbe, se incarnasse uno dei suoi eroi a fumetti. Un Dylan Dog fascinoso o un Tex Willer tutto d’un pezzo?

Gigi Simeoni, classe 1967 come Roberto Baggio, segno zodiacale Vergine come B.B. King, bresciano in buona compagnia alla Sergio Bonelli Editore (con la gardesana Paola Barbato e il bassaiolo Carlo Ambrosini a completare la colonia), ha nel tratto uno spirito blues. Uno stile che si sposa a una versatilità da one-man-band: disegni, testi. E non è da tutti, riempirsi una carriera di storie che spaziano da Cattivik a Nathan Never. Passare dall’ironia horror di Zio Tibia al respiro narrativo profondo dei romanzi.

«La mia vita è il fumetto da sempre - spiega Simeoni, bresciano di città -. Un interesse innato. Guardavo i fumetti prima di saper leggere, a 4-5 anni. Allora ho intuito che il più bravo dei fumettisti non ha bisogno di parole. Eppure quella passione è rimasta un desiderio alternativo, solo una possibilità fino alla fine degli anni ’80. Avevo qualche esperienza come pubblicitario. Da illustratore. Avevo fatto la scuola del fumetto di Milano e frequentavo Giancarlo Olivares, Mario Rossi, Stefano Vietti, Andrea Mutti che ora lavora per gli americani. Ci si frequentava, si faceva finta di avere commissioni. In caso fosse arrivato un committente, noi eravamo pronti. I progetti non nascono dal nulla».

Soggetto e sceneggiatura, testo e disegno: quanto è stato un vantaggio, saper fare questo e quello?

La regola è la separazione di compiti e ruoli: la maggioranza degli autori che conosco non sa tirare una riga su un foglio. Immaginano sequenze, propongono menabò irrealizzabili. Magari pensano che siano sufficienti 5 vignette quando ne servono 12. Uno sceneggiatore che disegna è un’eccezione. Alcuni abbozzano. Roberto Recchioni è completo: ha un disegno autoportante, un tratto espressivo. Pubblicabile.

Disney no, Bonelli sì. I casi della vita o uno sbocco inevitabile?

Avevo tentato la strada che portava alla Disney e avevo un’occasione per entrare dalla porta principale. Andavo avanti e indietro da Milano, i miei disegni venivano visti da Giovan Battista Carpi, che aveva la direzione della scuola disneyana e della redazione. Ogni due settimane facevo vedere i miei progressi. Un giorno son tornato e non mi riconosceva più. Mi ha maltrattato, mi ha cacciato dicendomi che ero negato, chiedendomi chi pensavo di essere per disegnare così, ché di Cavazzano ce n’era già uno ed era una mosca bianca. Mi son ritrovato davanti alla Disney con la mia cartelletta. Avevo già figli, avevo detto a mia moglie Vado a Milano. C’era la preoccupazione di perdere un lavoro come quello del grafico, che ci dava da mangiare, per un mondo insondato e insondabile come quello del fumetto. Non potevo tornare a casa senza un risultato e ritrovarmi sullo zerbino come un gatto malato. Notai, mentre guardavo la cartelletta, che nel prendere i miei fogli per la Disney avevo inavvertitamente portato anche un mio fumetto fatto in autonomia: violento, cattivo, underground.

Un segno del destino?

Sì: quel fumetto era perfetto per Cattivik, aveva uno spirito splatter. Ho cercato la redazione di Acme, che si trovava lì vicino, e ho incontrato Silver, uno dei fondatori.

Il signor Lupo Alberto.

Mi sono presentato. Le mostro cosa faccio. È rimasto colpito dalla mia faccia di bronzo. Vado a mangiare, fammi compagnia, mi ha detto. Ha guardato le tavole, in silenzio. E poi... Ti posso dire che per me è ok. Ho provato sulla mia pelle che nella vita, davvero, quando si chiude una porta a volte si apre un portone. Lo stesso Silver, anni dopo, mi ha raccontato che lui aveva fatto la stessa cosa con Bonvi, l’autore di Sturmtruppen: Vieni dentro, almeno starai al caldo, gli aveva detto vedendolo sempre davanti alla sua finestra. Nella vita bisogna osare. Non aver paura dei pesci in faccia. Al limite dalla faccia finiscono in bocca e si possono mangiare.

Cosa voleva fare, quando ha cominciato a lavorare?

Sono partito da storie brevi, underground, con Zio Tibia. Poi Zompi, uno zombie grottesco. Avrei voluto sviluppare una vena umoristica, ma in Italia non c’era modo. Avevo anche una vena realistica. Ho avuto a che fare con qualche editore marginale, anche con qualche filibustiere: le forche caudine per arrivare a giocarsela in Serie A. Abbiamo fatto squadra a Starcomics, con Hammer, e dopo il rompete-le-righe siamo approdati in Bonelli a gruppetti, smistati su varie testate. All’inizio facevo il tappabuchi, ma rispetto ad altri colleghi avevo una vena eclettica. Ho sempre fatto di tutto. Ho mantenuto l’impegno di sentirmi sempre anche autore, di testi e soggetti. Dopo una decina di anni di supporto tecnico ai disegni ho cominciato a farmi avanti con la mia storica faccia di bronzo: lasciatemi provare. Hanno visto che sono puntuale e per i loro canoni lavoro bene.

Com’è stato lavorare con Sergio Bonelli?

Sotto sotto era sempre un ribelle. Sapeva esserti complice. Aveva espresso un parere favorevole al mio primo romanzo, «Gli occhi e il buio», definendolo un bellissimo lavoro.

Grande soddisfazione. Come quelle che si è tolto con Nathan Never e Dylan Dog, arrivando a Tex Willer.

Bello, disegnare Aquila della Notte. È stato Tiziano Sclavi a volermi come autore di Dylan, oltre che come disegnatore, dopo aver letto una mia storia horror. Ora sono autore per Dylan Dog e... per me stesso.

Prossime uscite?

Con il mio terzo romanzo posso omaggiare finalmente la mia città natale, Brescia. Sarà ambientato nella seconda guerra mondiale, uscirà nel 2018, avrà 298 pagine. Ne ho disegnate 50. Farò tutto io. Poi stanno per essere pubblicate per Dylan due mie storie illustrate da altri e una disegnata e scritta interamente da me.

Prolifico.

Sì, soprattutto sotto pressione. E c’è da lavorare, perché le nostre testate reggono. Il fumetto è di nicchia, ma l’interesse non cala. Si pensi a Lucca Comics. Non sono andato perché non mi andava di muovermi nella folla, voglio prima riprendermi al meglio da un brutto incidente stradale. Dylan Dog era ben rappresentato comunque da altri, nel suo trentennale.

Tanta brescianità, nel mondo dylaniano.

Ambrosini, Barbato... Di professionisti qui ne abbiamo tanti. Voglio ricordare Riccardo Borsoni, Fabio Pezzi, Vietti e Mutti. Testa dura, faccia tosta, sappiamo fare a gomitate. Siamo un po’ rugbysti noi bresciani. In questo ambiente aiuta.

Cosa le piace?

Stimo chi ha un disegno diverso dal mio. In ambito umoristico Jacovitti. Sturmtruppen. Sono cresciuto con Popeye. Maturando, ho apprezzato Andrea Pazienza, la saga di Torpedo 1936. Un punto di riferimento è Magnus.

Quando non si dedica al fumetto, cosa fa?

Dopo l’incidente ho pensato a recuperare. Prima andavo in moto, cantavo nel coro One soul Project diretto da Elisa Rovida. Amo leggere, il cinema, il teatro, suonare la chitarra. I miei modelli: Hendrix, Clapton, Satriani. E tanti altri. Ma non ho tanto tempo libero.

Anche perché ha una famiglia numerosa.

Mia moglie Raffaella, le mie figlie Carolina di 23 anni, Anna e Margherita gemelle di 22, mio figlio Marcello di 19. Vengo a mia volta da una casa piena di vita: mio papà Fausto, architetto con la passione della musica e designer di arte sacra, mia mamma Maria casalinga dalla formazione classica, ex insegnante di greco e latino. E siamo 5 fratelli: Lucia, Elena, Giovanni e Francesco. Oltre a me.

Il fumettista di casa.

Mi hanno visto disegnare da sempre. Dopo il liceo Calini mi sono iscritto allo Studio di arti visive di Rubèn Sosa, il fumettista argentino che viveva a Brescia. E allora ho imparato qual era la via. Prima il progetto, poi le tavole. Disegnare è bello, ma si fa solo se c’è la storia.

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