«Dopo New York
e Parigi, finalmente
torno a Brescia...»

Riccardo Frizza: direttore d’orchestra, bresciano, 45 anni, non si limita all’opera e spazia anche nel repertorio sinfonico[FOTOGRAFO] FOTO HENRY FAIR
Riccardo Frizza: direttore d’orchestra, bresciano, 45 anni, non si limita all’opera e spazia anche nel repertorio sinfonico[FOTOGRAFO] FOTO HENRY FAIR (BATCH)
09.04.2017

Una prima volta speciale. Un’emozione particolare anche per un direttore d’orchestra di caratura internazionale, abituato ai palcoscenici più prestigiosi e impegnativi. Il fatto è che Riccardo Frizza, così quotato da essere di casa al Metropolitan Opera di New York, nella sua città non è certo un habitué. Anzi.

«Sono contento di tornare - dice il musicista nato a Brescia il 14 dicembre 1971 - anche perché, a parte una mia presenza al Festival Internazionale Pianistico del 2012, non annovero date in passato al Teatro Grande. Finalmente... Non vedo l’ora, non sarà una serata come le altre».

Domani dirigerà l’Orchestra Filarmonica del Teatro La Fenice. È la prima volta nella stagione concertistica del Grande. Non c’era mai stata occasione, in precedenza?

No, mai. Il perché non deve chiederlo a me. Adesso sono felice per il rapporto che si sta instaurando con Umberto Angelini, il sovrintendente, che non è bresciano. Evidentemente ci voleva un marchigiano.

Se si ripensa a cosa ha saputo costruire Renato Borsoni, i marchigiani a Brescia ci sanno fare.

Dev’essere così. E non posso non ricordare di aver debuttato a Pesaro, nelle Marche, al Rossini Opera Festival.

Quando ha suonato invece per la prima volta?

Era il 1976. Ho iniziato a studiare pianoforte a 5 anni, ma la musica mi accompagna sempre. Avevo in casa un piano-giocattolo, strimpellavo, mi piaceva. I miei genitori hanno pensato fosse il caso di farmi prendere lezioni serie.

Loro suonavano?

No, mai. Le mie sorelle hanno suonato il pianoforte, il violino, poi si sono dedicate ad altro.

Lei ha sempre fatto sul serio?

Sì, sempre. Non ho mai smesso di suonare. Due volte alla settimana prendevo lezioni di piano, poi ho studiato composizione. Tanta pratica, tanto studio. La lezione è una verifica, da sola non basta certo a imparare come si fa.

Intanto gli altri ragazzi andavano a giocare a pallone: mai pensato di mollare tutto e seguirli?

Molte, moltissime volte ho pensato di andare con loro. I momenti di debolezza non sono mancati. Ma i miei genitori hanno insistito. Vedevano che ero portato. La famiglia mi ha spronato e ha la mia gratitudine.

C’è una rinuncia che le è pesata più delle altre?

Beh, sì. Non potevo giocare a basket. L’ho anche fatto, per dieci anni. Poi però le mani diventano preziose... Non volevo abbandonare, ho dovuto. Giocavo playmaker, ero bassino all’inizio, sono cresciuto più avanti. Ricordo le partite della Nba viste in televisione.

Di chi era fan?

Larry Bird, Kareem Abdul Jabbar. A casa eravamo abbonati a Superbasket. Ho fatto in tempo a vedere qualche partita all’Eib. E all’Eib ha anche giocato la mia squadra oratoriale di Bagnolo Mella, nel campionato provinciale. Non sono sceso in campo. Ci hanno battuti subito.

Basket fino a?

Fino ai 18 anni. Poi, musica. Solo musica, intendo. A un certo punto si deve scegliere.

Aveva dubbi?

No, nessun dubbio. Ci siamo scelti, io e la musica. È stato il frutto di un caso. Se non avessero comprato quel giocattolo, i miei... Ce l’ho ancora, fra l’altro. Una pianola Bontempi rossa con i tasti bianchi. Adesso ci gioca la mia bimba, Sofia. È intonata, vuole fare la cantante come la madre, Davinia Rodriguez. Sofia sa di musica già più di tanti adulti.

Parte avvantaggiata, Sofia. Lei invece dove andò a riempire il suo bagaglio di conoscenze?

Al Conservatorio, di Brescia e di Milano. Poi all’Accademia di Siena. Dopo la Chigiana ho preso subito a lavorare, e subito con le prime opportunità internazionali. La gavetta è stata a Brescia, dal 1995.

Nel 1998 ha vinto il Concorso Internazionale per Direttori d’Orchestra della Filarmonica di Stato della Sud-Boemia, Repubblica Ceca. Fino al 2000 è stato direttore stabile dell’Orchestra Sinfonica di Brescia, dirigendo in prima mondiale lo Stabat Mater di Pilar Jurado. La svolta?

Posso collocarla in un evento preciso. Un concerto al Teatro della Fortuna di Fano, nel 2000. A fine settembre. L’anno prima finivo il Conservatorio, avevo concluso il percorso di composizione dopo il servizio militare. Suonavo non lontano da Pesaro, in coda al Festival Rossini, quella sera, e così personaggi influenti sono venuti a sentirmi. Per esempio Alberto Zedda, che è mancato un mese fa, mi vide dirigere. E molti altri. Non erano lì per me, volevano sentire un tenore emergente. Mi videro, comunque. Una coincidenza fortunata. Ed ebbi contratti subito dopo.

Ha girato il mondo.

Più o meno. Quasi tutta l’Europa: mi mancano un po’ i paesi scandinavi. New York, Parigi, Vienna. In Italia, poi, Milano, Roma, Venezia, Bologna, Torino.

L’evento più importante?

Non saprei se il debutto alla Scala, nel 2013, o al Metropolitan, nel 2009. Qui ero più giovane, avevo diretto la Carmen sul finire del 2008, era un momento significativo. Quanto alla Scala, in precedenza avevo cortesemente declinato l’invito. Ma il 2013 era l’anno verdiano e ho accettato. Sono arrivato lì con la consapevolezza della maturità, dell’esperienza.

Cosa preferisce dirigere?

Amo l’opera lirica e direi l’Otello di Verdi. Una risposta istintiva. Mi piace il lato sinfonico della musica, un artista completo deve saper fare tutto, ma l’opera... È come far crescere, educare un bambino. Un processo lungo di preparazione. C’è anche un elemento teatrale forte. E funziona.

Una serata storta?

Martedì sera a Barcellona, col Rigoletto. L’undicesima replica su 13. Il 6 aprile era in programma una diretta nei cinema di tutto il mondo, quindi c’era una prova televisiva martedì e i cantanti hanno sentito il peso della telecamera. Non erano sufficientemente concentrati.

Quand’è che invece è stato tutto perfetto?

Una notte, al Metropolitan. Durante una Bohème. Stare sul podio, con la consapevolezza che tutto stava funzionando alla perfezione, è stato un vero godimento.

Cosa si aspetta lunedì al Grande?

In programma c’è la Prima Sinfonia di Mahler. Studio la partitura da una vita, per un direttore d’orchestra è come il Vangelo per il prete. La mia prima Prima... Un conto pensarla, un altro farla. Ci passa un mare, nel mezzo. Spero di rendere il senso, la peculiarità di armonie all’apparenza semplicissime, dalla struttura in realtà complicata. Spero arrivi una buona immediatezza. Vorrà dire che si è fatto un buon lavoro.

Chi stima in particolare fra i suoi colleghi?

Stimo tutti i grandi che sono morti, e tanti fra i vivi. Stimo moltissimo Placido Domingo, un artista incredibile. Bravissimo pianista, direttore d’orchestra, un’energia contagiosa nonostante le 75 candeline già spente. Ogni giorno canta o dirige. Se non canta va a teatro, visto che ne gestisce uno: è direttore generale dell’Opera di Los Angeles.

Cosa ascolta, nel tempo libero?

La radio. Distinguo l’intrattenimento dalla classica. Sono cresciuto con Queen, U2 e Litfiba, non c’erano solo Bach, Beethoven e Chopin, mica vengo da Marte... Ma la classica è un’altra cosa. Sta ad un altro livello. Tocca l’anima.

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