«Dialetto o italiano
Alla fine conta solo
suonare bene...»

Daniele Gozzetti sul palco: cantautore franciacortino classe 1973, ha realizzato il suo primo disco solista nel 2000
Daniele Gozzetti sul palco: cantautore franciacortino classe 1973, ha realizzato il suo primo disco solista nel 2000 (BATCH)
21.05.2017

Su e giù dal palco, ma soprattutto su. Da vent’anni. A Brescia e non soltanto, da Trento a Genova passando per Milano. Sempre con la chitarra. Sempre con lo stesso spirito che si può definire in tanti modi, ma si riassume in tre parole: rock, and, roll.

«Musica... Passione vera, direi», sorride Daniele Gozzetti. Classe 1973, di Paderno Franciacorta, ma nato a Orzinuovi: «Mio padre Claudio è di Orzi e ci teneva, per questo mi ha fatto nascere lì. Nel ’59 aveva un gruppo, gli Idilliaci. Adesso io ho un trio anni ’50: gli Idilliaci! Poi un altro, Son of a Gun, tributo a Johhy Cash. E stasera farò rock all’ultimo 4/qUARTI, a Borgosatollo, con Alle B. Goode».

Com’era la storia della mela?

Non cade mai troppo lontano dall’albero, già. E io son cresciuto con quel suono lì, col rock and roll: Celentano, Elvis Presley, Chuck Berry. Il primo ricordo nitido: un’autoradio con cassettone, sulla nostra Fiat 128 blu. Mia mamma Adele, amante dell’ascolto, comprava dischi il lunedì: 45 giri per noi bambini, per me e mia sorella Anna, che ha 2 anni in meno e ha suonato a lungo il pianoforte.

Dove ha studiato?

Mi è rimasto dentro il liceo classico. L’Arnaldo, in città. L’ho scelto perché alle medie ero bravo a fare i temi e volevo fare poca matematica.

E la chitarra, da quando?

Da ragazzino ho cominciato con il pianoforte, ma avevo una maestra molto rigida e io ero un po’ lazzarone. Lei cantava la lirica, nel suo studiolo c’era un manifesto di una sua esibizione, mi faceva allenare con libro in testa e monete sulle mani. Il solfeggio... Ero un lavativo. Il piano l’ho iniziato male e ripreso dopo. La chitarra invece l’ho imparata grazie a Giambattista Corsini, che è mancato da poco. Mi aveva catturato: faceva Chuck Berry, ma anche i Dire Straits. Il mio mondo era Bruce Springsteen, un po’ di Toto. Trovavo tutto ciò che cercavo fra Iperdue e Magic Bus.

La svolta con Charlie Cinelli?

Sì. Io suonavo con un po’ di band, alla fine dei ’90, nel periodo d’oro delle cover. Ma intanto, da appassionato di storia locale, scrivevo in dialetto, conquistato dalle poesie di Gianluigi Tregambi, che aveva tradotto Pinocchio in bresciano. Una sera a un concerto ho incontrato Charlie. I Cats per me erano un mito. Avevo canzoni mie, il presentatore lo sapeva... Ed eccomi sul palco. È nata così una storia infinita, se si pensa che Charlie & The Cats sono venuti a registrare l’ultimo live sul palco de L’Ottava, istituto musicale con cui collaboro dal 2004 ormai.

La prima fase gozzettiana è in dialetto: nel 2000 «L’è amò ac chèla», con la produzione di Charlie; nel 2002 «Malmustùs»; tanti riconoscimenti e un’apparizione su Rai Due a «Nu Roads», format di musica folk, nel 2005.

Charlie mi aveva anche invitato ad esibirmi con lui. Suonavo il mandolino. Suonavo tutte le sere e i cd si vendevano eccome, dopo 3 mesi andavamo di ristampa.

Si è mai sentito di poter raccogliere, un giorno, il testimone di Charlie?

No. Rispetto la sua figura, la sua unicità. Mi ha aperto la via, gli sarò sempre riconoscente. Con lui ho imparato che c’è solo un modo: suonare bene.

Dal dialetto all’italiano: nel 2009 «Dani Goz» ha segnato un cambiamento profondo. Ha aperto i concerti di Omar Pedrini e nel 2011 è arrivato il video «L’amore succede», trasmesso anche da Rai Uno.

Ho voluto mettermi in gioco. Col dialetto non passi i confini di Oglio e Mincio. E mi pesava l’aspetto politico: non voglio essere etichettato. Se vuoi uscire, dialogare, meglio l’italiano. Ogni tanto con «Gòi de cöntala» uso ancora il dialetto e ho in mente progetti sulla storia locale. Uno su una vecchia linea ferroviaria legata al presidente del Consiglio Zanardelli.

Con il video di «Pcb», tre anni fa, ha portato le telecamere di Rai Tre e di «Ambiente Italia» a Brescia per parlare di inquinamento.

E con la gente del quartiere Primo Maggio parlavo in dialetto... Il legame che non viene mai meno con la nostra terra. Da salvare.

Altra virata nel 2015 con un progetto ambizioso: il disco «In balia di forze oscure», il fumetto «A Milano», con i disegni di Paolo Zingarelli. Quanto lo sente ancora suo?

Completamente. E ringrazio Marco Obertini ed Ercole Gentile: mi hanno dato quello sguardo da fuori che non avevo mai avuto. Abbiamo fatto belle cose, un video su Rockerilla, la recensione su Rockit... Dopo due anni sono molto soddisfatto. Dal Mei di Faenza al Tambourine di Seregno, l’ho proposto in vari contesti. Abbiamo creato un immaginario: la sorella del mio amico musicista Paolo Cavagnini, che fa la costumista nel cinema a Roma, ci ha vestito da capo a piedi.

Insieme a Cavagnini procede anche il lavoro per l’istituto L’Ottava.

Da 13 anni, con stanchezza e soddisfazione. Abbiamo un approccio umano, siamo accoglienti ma con professionalità. Ci spendiamo perché si viva la musica a livello totale. Con 180 allievi, sfruttando il potere della musica che unisce: il ragazzino talentuoso con l’orecchino deve suonare con l’architetto, il baby-pianista con la donna batterista... Una missione che portiamo avanti col cuore. Aggregante. Proprio questo sabato abbiamo chiuso la rassegna BresciAmerica#2 con The Paperboys. Il 17 giugno ci sarà il concerto di fine stagione.

Come sarà il nuovo disco?

Ho pronto un ventaglio di canzoni. Una con Dellino, un pezzo molto ’70: parte funky, si apre e si alleggerisce in maniera un po’ pinkfloydiana, poi il Farmer rappa in italiano. «Progresso». E poi «Cosmic», come la discoteca afro: odi et amo del passato, disincanto anni ’80, illusione finita male per l’eroina. La provincia, una generazione mancata del tutto.

Sta collaborando con l’accademia del Festival di Ghedi, la Bottega degli Autori.

Con Warner, sotto la guida di Diego Calvetti, abbiamo formato piccoli gruppi di lavoro. Una situazione stimolante. I talenti di certo non mancano. Così come non mancheranno canzoni pronte per essere pubblicate.

Hobby?

Amo i film dei Cohen. Cose come Donnie Brasco. Potrei riprendere l’università: ho dato 6 esami di Storia a Milano, al primo anno di Architettura ho passato subito matematica... Chissà, vedremo. Intanto, leggo.

Ultimo libro?

La biografia del Boss, Bruce Springsteen.

Com’era, la storia della mela?

Eh!

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