«Da Stockhausen
a Hawkins e Donà
La musica salva»

Gabriele Mitelli: nel 2017 il secondo miglior nuovo talento italiano per i critici della rivista «Musica Jazz»[FOTOGRAFO]VINCENZO MANISCALCO
Gabriele Mitelli: nel 2017 il secondo miglior nuovo talento italiano per i critici della rivista «Musica Jazz»[FOTOGRAFO]VINCENZO MANISCALCO (BATCH)
28.05.2017

Non importa quando si parte. Conta dove si arriva. Vale, più di tutto, il viaggio. Tappe e traguardi, incontri e ispirazioni. Succede così che si cominci a fare sul serio a vent’anni (tardissimo) e si abbia già un percorso prestigioso alle spalle a nemmeno trenta (prestino).

Non è mica detto che si debba iniziare da bambini, con la musica. Gabriele Mitelli, per esempio, si è messo in moto «dal 2009. Avevo vent’anni, o poco più». Classe 1988, bresciano, trombettista e compositore, direttore artistico e promotore di rassegne. È fra i nomi più interessanti dell’ultima generazione jazzistica italiana. Ha bruciato le tappe, dimostrando di avere idee da mettere in pratica e le qualità per farlo, puntando sul gioco di squadra pur avendo un talento individuale fuori dal comune.

Approdato al jazz, nel suo passato ha pure lo ska. Un bel salto...

Prima di darmi da fare col jazz, ero con Isaia e l’Orchestra di Radio Clochard. Suonavo le percussioni, poi la tromba. La matrice, in fondo, è sempre la black music... Ho iniziato a studiare. Ho fondato gli Screwdrive Inn con il contrabbassista bresciano Edoardo Chiaf. Insieme io e lui abbiamo inciso le musiche per Aulò, scritto dal regista Simone Brioni e da Ribka Sibhatu: un documentario che parla del colonialismo italiano in Eritrea e dell’immigrazione in Italia, presentato in diverse università europee e americane. Poco dopo sono stato chiamato da Paolo Fresu.

Già nel 2011 ha presentato le sue composizioni al Festival Internazionale Time in Jazz.

In Sardegna, a Berchidda. Organizzava Fresu, ero con il gruppo. Vinto il concorso, ho iniziato a pensare ai miei progetti. E ho conosciuto il maestro della mia vita, Giuseppe Rusconi.

Incontro fondamentale?

Assolutamente. Mi ha rapito in un mondo di improvvisazione, mi ha cresciuto come un padre. Forse avevo bisogno di quello. Di una figura di riferimento. Beppe mi ha preso sotto la sua ala e insegnato tutto. Non tanto a suonare, quanto a capire l’aspetto che era più importante, per me, nella musica. Ho imparato a sorprendermi, a fare la cosa più vera per me, e di me, in quel preciso momento. Non ci sono filtri. Con Beppe Rusconi mi sono appassionato ad una tipologia di jazz non tradizionale. Amo la ricerca. Mi sono iscritto al Conservatorio, ma sono rimasto per poco. La cosa positiva: il corso con Markus Stockhausen. Ho frequentato i suoi seminari. Alla fine mi ha invitato a casa sua, a studiare con lui. Così ho affrontato un periodo di studio individuale in Germania, a Colonia.

La musica è stata una scoperta tardiva?

Fra i miei parenti non ci sono musicisti. Mia mamma, appassionata di arte e pittura, mi ha mandato a 10 anni a studiare tromba con la banda del paese, a Concesio. Esperienza durata 3 anni. Ho cominciato a farlo perché costretto, quindi non lo considero un vero inizio, anche se poi mi piaceva il gruppo di persone con cui condividevo la vigilia di Natale.

Da ragazzino cosa sognava di fare?

Non avevo in testa la musica, volevo stare all’aperto e giocare con gli amici.

Niente musica dai 13 ai 20 anni, dunque?

Esatto. Un bel periodo di stacco. Facevo gare di enduro, motocross. Giocavo a calcio nel Concesio. Mi divertivo. La mia adolescenza è stata talmente dedicata al fancazzismo che arrivati a un certo punto, a 19 anni, ho vissuto una crisi fortissima. Attacchi di panico, paura del futuro, il pensiero che ok, adesso non si può più scherzare. E lì è arrivata la musica.

Salvato dalla musica?

Sì. È così che mi sono passati gli attacchi di panico. La musica era ciò che in quel periodo ho cominciato a voler fare. Più per stare bene, come terapia: mai pensato potesse diventare un lavoro. Mi sono ritrovato catapultato sul palco al fianco di musicisti che ero andato a sentire poco tempo prima in concerto. E sono diventati grandi amici. La cosa importante: non mi sentivo scoppiare il cuore quando suonavo le percussioni, e poi la tromba. Riuscivo a non esplodere dentro, a stare tranquillo.

Nella biografia sul suo sito ufficiale un buffo refuso dice che il suo primo disco «Hymnus ad Nocturnum» è uscito nel 2104. Così avanti era...

Mi viene da sorridere! La musica del resto è fuori dal tempo. Un sentimento talmente astratto, mi ispira, che non saprei dire cosa è meglio, cosa è peggio. La strada da seguire... Io capisco di essere sulla strada giusta per le persone che trovo al mio fianco quando suono. Siamo una famiglia, davvero. Cristiano Calcagnile, Giulio Corini, Pasquale Mirra, Gabriele Evangelista, Nino Locatelli... A ognuno di loro darei le chiavi di casa. Anzi, la casa stessa! Siamo oltre il concetto di parlare la stessa lingua. La musica bella viene da bellissime relazioni. Quello per me è già il punto d’arrivo. Io Cristiano lo sento tutti i giorni, e non solo per l’estate da trascorrere in tour insieme con Cristina Donà, che è una presenza forte e mi ha fatto scoprire la strizza sul palco. Cristina che ha collaborato con Robert Wyatt. Un onore, per me, fare musica con artisti come lei.

Tanti gruppi, un progetto via l’altro da diversi anni ormai. E adesso la sua agenda è più che mai zeppa.

Sarò il 30 e il 31 maggio in una produzione di Novara Jazz. Suonerò al Lagarina Jazz Festival il 18 giugno in duo con Alexander Hawkins, e sarà una prima volta. E poi sarò al GroundMusic Festival, in Franciacorta, dal 23 giugno al 2 luglio: fra le altre cose sono in programma l’Enrico Rava New Quartet, il «Libero Motu» di Giulio Corini in anteprima, la nostra produzione originale «Ver - Un maiale vede un verme in primavera», e poi Giancarlo Nino Locatelli e il trombettista Rob Mazurek.

Il suo ultimo disco è appena uscito.

Il 19 maggio, ed è sui portali online. Ringrazio Siriana Tanfoglio e Michele Loda per avermi dato una mano a produrre questo lavoro per Parco della Musica Records di Roma, O.n.g. «Crash», con Calcagnile alla batteria, Gabrio Baldacci ed Enrico Terragnoli alle chitarre elettriche. Io mi curo di cornetta, voce e synth.

Quindi niente vacanze?

Le farò suonando: in Sardegna con il progetto di Andrea Ruggeri; alla Biennale di Venezia, nel padiglione Francia, per registrare il progetto Ver. E mi dedicherò alla passione per l’agricoltura. Faccio il vino grazie a una piccola cantina a Monticelli Brusati. Sto con le persone che amo. Faccio quello che amo.

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