«Con la fotografia
Brescia diventa
capitale di cultura»

Renato Corsini. Bresciano, classe 1950, fotografo per vocazione, nello scatto firmato Gianni Berengo Gardin
Renato Corsini. Bresciano, classe 1950, fotografo per vocazione, nello scatto firmato Gianni Berengo Gardin (BATCH)
12.03.2017

Bicentenario. «Ho organizzato duecento mostre nella mia vita», ricorda. E i suoi occhi brillano, rileggendo nella memoria le pagine di un libro mai finito. «Entusiasmo, amore. Lo faccio per questo. Mai pensato al business. Architetto, quello è il mio lavoro. Ma sono un fotografo. Lo sono da sempre, lo sarò sempre».

Renato Corsini. Direttore del Macof, il Centro della fotografia italiana. Anima e motore, «non da solo», di una manifestazione che in sei mesi cambierà (e sta cambiando) il modo di fare cultura in questa città, con lo sguardo rivolto alla contemporaneità: il Brescia Photo Festival, scattato il 7 marzo e destinato a protrarsi fino a settembre.

Tanti artisti, tante mostre, diverse location. C’era da farsi tremare le vene ai polsi, imbarcandosi in un’avventura del genere. Invece il Festival è partito e sta andando benissimo. Si aspettava un riscontro simile?

L’ambizione c’era. E voglio sottolineare che il Photo Festival nasce da un’idea di Luigi Di Corato, che da mesi aveva contattato la Magnum per avere le fotografie e celebrare qui il loro settantesimo, con tutte le iniziative che sono seguite. Io sono stato chiamato dopo quel passaggio positivo per gestire. È una collaborazione importante, questa, perché denota un’apertura totale nei riguardi della fotografia. Sono felice che il Museo di Santa Giulia abbia voluto produrre una mostra come quella di McCurry. È una prima volta. Va dato merito a Di Corato: fra le sue prerogative c’è la volontà di portare il contemporaneo all’interno della storia museale di Brescia.

Poi il Festival è decollato.

Decisivo il gioco di squadra. Santa Giulia, MoCa, e sul tragitto virtuoso io colloco la Pinacoteca che aprirà alla fine dell’anno. Immagino proprio una serie di percorsi fisici, pedonali: è in questa rete ideale il segreto della riuscita di un progetto. Penso alle gallerie private, perché coinvolgendo da una parte realtà come A Palazzo Gallery, Kanalidarte e Paci Arte, dall’altra Galleria Massimo Minini, Planet Vigasio e Galleria dell’Incisione, è coinvolta l’intera città.

Cosa ha portato il Festival?

L’opportunità non soltanto di ammirare le fotografie, ma anche di scoprire Brescia. Il primo giorno la partecipazione è stata enorme. La gente è arrivata prima a Santa Giulia, poi al MoCa. Abbiamo chiuso a mezzanotte registrando una grandissima affluenza.

Brescia che cambia e si reinventa.

Eravamo la città del tondino e delle armi. La nostra cultura era ristretta. Merito delle amministrazioni, dell’ultima in particolar modo, aver puntato forte sulla cultura. Ci stiamo facendo conoscere fra le realtà più attive in Italia. Abbiamo capito che, come dice Minini, di cultura non ci si arricchisce, ma ci si nutre. Brescia può diventare una capitale, in questo ambito. E la cultura ripaga in tutti i sensi. Dieci anni fa un turista a Brescia non veniva, o se veniva vedeva il castello, il Foro e stop. Adesso visita le mostre, scopre le vie, il cuore del centro storico, le bellezze che questa città offre. Un’impennata ulteriore arriverà con la Pinacoteca. Altro vanto bresciano.

Da dove nasce la sua passione per la cultura?

Ho sempre avuto un’attenzione naturale per la creatività. Fin da bambino.

Com’è stata la sua infanzia?

Sono nato a Brescia nel 1950. Papà commerciante in vini, mamma casalinga. Ma le generazioni spesso non vogliono fare il mestiere dei padri, no? Così, dopo lo scientifico ho voluto fare anche l’artistico. Doppio diploma. Ho studiato architettura a Milano, frequentando anche l’Accademia delle belle arti. Mi sono laureato nel 1976, ed erano anni tosti. Io però ho fatto l’architetto. E pensavo di fare solo quello.

La fotografia?

Mi è sempre piaciuta. Faccio foto da quando avevo 16 anni. Mi ritengo fondamentalmente un fotografo. Ho conosciuto il mondo della fotografia man mano, i grandi autori, le idee... E ho iniziato a interessarmi, a voler organizzare mostre.

La prima esperienza?

Già a metà degli anni ’70. Insieme a Ken Damy ho aperto «Diaframma Brescia», propaggine della milanese Diaframma, a Brera. Quella era la prima galleria d’arte a interessarsi soltanto di fotografia in Italia. La seconda nasceva con noi a Brescia.

Da allora, 200 mostre.

Organizzate da me, sì. E ne ho curate una quarantina. Da Brescia alla Francia passando per Venezia. Poi, se dobbiamo ripercorrere i miei passi... Ho scritto 15 libri fotografici e negli anni ’80 sono stato selezionato da Lanfranco Colombo fra i 5 fotografi chiamati a rappresentare l’Italia al Museo di arte contemporanea di Tokyo.

Niente male. E si definisce soltanto architetto, di lavoro?

Io sono fotografo per vocazione. Un fotografo rigorosamente dilettante, nel senso che mi diletto. Non importa se giro il mondo. Non è un lavoro. È passione, divertimento! Oltre che un’esigenza. Io non riesco a fare un viaggio, una vacanza, se non ho con me una macchina fotografica. Non avrebbe senso.

Tanti incontri, lungo il suo percorso. Uno che le ha lasciato il segno?

Dovrei citarne tanti. Allora rispondo d’istinto: l’amicizia sincera che mi lega a Gianni Berengo Gardin. Tanto che spesso trascorriamo le vacanze insieme.

La maggiore fonte di ispirazione?

Più che un autore, indicherei una scuola: quella del fotogiornalismo degli anni ’50 e ’60. Penso a Cartier Bresson, agli autori della Magnum, a Caio Mario Garrubba.

La sua parola chiave per la fotografia intesa come arte?

Contaminazione. Credo in un rapporto strettissimo fra cinema e fotografia. La fotografia ha attinto dal cinema e viceversa. È un circolo virtuoso.

Oggi la professione del fotoreporter è minacciata dalla diffusione di immagini superficiali scattate col telefonino.

È il discorso che ha fatto Francesco Cito al Photo Festival. E lo capisco. L’arte e il mestiere rischiano di ritrovarsi sviliti nel contempo. Ma alla fine è un problema, essenzialmente, di domanda e offerta. La domanda è rimasta quella di una volta, quella di sempre, ma con i telefonini e le fotografie digitali l’offerta è diventata spropositata. Quando c’è stata la strage in piazza Loggia, erano presenti 5 fotografi. Io ero uno di loro. Quando due anni fa c’è stata l’alluvione alle Cinque Terre, in un pomeriggio si sono contati trentamila scatti realizzati con i telefoni cellulari. L’handicap è quello di scontrarsi con la bulimia dell’immagine. Ma non bisogna mollare.

La sua fotografia preferita?

È sempre l’ultima che ho stampato in camera oscura. Perché le foto le tratto sempre così.

Se oggi avesse vent’anni?

Farei questo. Farei ciò che ho fatto. Cambiano gli strumenti, non le attitudini.

La fotografia. E poi? Altre passioni?

Una: sono un collezionista. Maniacale. Di qualsiasi cosa. Accumulo.

Anche progetti?

Anche, sì. Adesso sto lavorando a un paio di libri, uno sul carcere femminile di Verziano, un altro sul ruolo del fotografo ambulante. Spero vedano presto la luce. E con Di Corato stiamo già ragionando sulla prossima edizione del Brescia Photo Festival. Nel 2018 la formula resterà la stessa. Ma le novità non mancheranno.

Condividi la notizia