«Cerco la mia via
fra tradizioni folk
con spirito punk»

[EMPTYTAG][EMPTYTAG]Michele Gazich: musicista, autore, produttore. Otto dischi usciti a suo nome, oltre 50 quelli che l’hanno visto coinvolto [FOTOGRAFO]PAOLO BRILLO
[EMPTYTAG][EMPTYTAG]Michele Gazich: musicista, autore, produttore. Otto dischi usciti a suo nome, oltre 50 quelli che l’hanno visto coinvolto [FOTOGRAFO]PAOLO BRILLO (BATCH)
26.03.2017

Punk come può esserlo un predestinato. Lo sguardo acceso di passione, da agguerrito pacifista. Armato da un’urgenza che s’esprime senza filtri, voce o violino non fa differenza. Animato da una musicalità che affiora anche quando chiacchiera bevendo un caffè.

Michele Gazich non parla. Ama «la musica - da tutto - il - mondo»: intona anche le sillabe, detta il ritmo alle parole e ne fa melodia. Penetra così il cuore delle cose. E, implacabile come l’acqua, scava finché non arriva in profondità e trova quel che cerca.

«Rita Lilith Oberti: Canteresti nel mio disco? Le ho chiesto un annetto fa. E lei: No, assolutamente. Punk, certo. Ma punk anch’io: Vengo comunque a trovarti, le dissi - sorride oggi Gazich -. Nel Piacentino, in una cascina. Non volevo gorgheggi, ma qualcosa nello stile di Patti Smith. Era un venerdì. E Rita, dopo due chiacchiere: Quand’è che lo facciamo? Abbiamo registrato una domenica».

Con Lilith-Rita ha realizzato fra le montagne di Gardone Valtrompia il video di «Storia dell’uomo che vendette la sua ombra», diretto da Enrico Fappani. Un dialogo fra dimensioni. Il mistero della vita, tradotto in una conversazione di immagini inquiete. Musica come metafisica dell’anima?

Musica come essenza, sì. Musica da e per sempre. Io non riesco a ricordare una vita senza musica. Mio padre mi ha insegnato a leggere le note prima che imparassi a scrivere. Pazzesco. Male non ha fatto, comunque. A mio padre Roberto, che insegnava all’Arnaldo e poi in Cattolica, sono grato, col senno di poi. Lui ha sempre suonato per diletto. A 5-6 anni sono stato avviato al piano. Mia nonna Angela, quando ne avevo 7, mi ha regalato un violino.

Cosa preferiva?

Forse per il gusto dell’opposizione, il violino. Unisce tradizioni diverse, è lo strumento di Beethoven ma anche il fiddle, americano ma anche arabo, e slavo. Oltre le mode, oltre tutto quanto.

Com’è il suo violino?

È lo stesso da quando ho 15 anni. E ora ne ho 47. Ha attraversato la mia vita. L’ho anche trattato male. è caduto in scena, si è rotto. Ma tutti noi abbiamo crepe esistenziali. Quella spaccatura è parte di me. Dopo aver smesso di studiare il piano mi sono evoluto nel rapporto col violino.

I suoi maestri?

Tanti. Mi sono formato al Conservatorio di Brescia, completato a Torino dove ho vissuto 7 anni, trovandomi abbastanza bene. La formazione classica, immediatamente contraddetta: mi piacciono tutte le dimensioni. Nei ’90 ho iniziato a suonare con una cantautrice folk come Michelle Shocked.

Incontro decisivo?

Assolutamente. Mi ha indirizzato sulla strada che ancora percorro. Ci eravamo incontrati a Torino, l’avevo sentita suonare. Il primo concerto fu a Milano, al teatro Orfeo. Il 30 maggio 1992. Sarei dovuto andare il giorno dopo a una prova con l’orchestra, scelsi invece di vedermi un concerto di Michelle. Presi il treno e... chi incontro, se non lei? Ciao, ciao; conversiamo un po’. Sto venendo a sentirti, dico io. Ma vieni alle prove, mio fratello suona il violino, dice lei. Suo fratello: Max Johnston, di Uncle Tupelo e poi Wilco. Prova il violino! Provo. Suoniamo e... mi ritrovo sul palco con lei, con loro. Così ho iniziato a fare folk-rock.

Non ha pietre di paragone, il suo percorso, in Italia.

Questa unicità è fortuna e sfortuna insieme. All’estero è diverso. Provare ad aprire una strada è faticoso. Il pubblico ama riconoscere più che conoscere. Non è semplice costruire qui. Pur amando il mio paese, la mia carriera si è sviluppata prima all’estero. L’ultimo disco, «La via del sale», si è nutrito di viaggi durati anni. Vuole dialogare anche con le nostre tradizioni. Mia moglie si chiedeva perché assistessimo spesso a feste musicate con antichi strumenti. L’ho trascinata a sentire con me chi suona il piffero dell’Appennino. Poi Stefano Valla l’ha suonato nel mio disco. Volevo qualcosa che ci appartenesse e non fosse karaoke su basi anglosassoni. La mia carriera è costellata di morti e rinascite. Nel 2007 ho scritto di guerra civile, mentre ero in America, con Mark Olson: 200 e passa concerti in un anno e mezzo, fra luoghi meravigliosi e orride bettole, ovunque, dovendo quasi ogni giorno esibirmi nella catena di libri e dischi Borders. Ho concepito un sentimento mistico: se c’è un dio, sopravvive nelle crepe dei centri commerciali. Il mio credo. Ho collaborato con Massimo Bubola per 5 produzioni. Lì siamo nel mio mondo. Come con Fabrizio De André. Riascoltavo in questi giorni «Crêuza de mä». Continua ad affascinarmi, a influenzarmi. Anche per quel disco mi sento vicino a Mauro Pagani. Violinista, bresciano, ricercatore coraggioso. L’unico incrocio con lui in un concerto è stato nel 2002, a Carrara, insieme ad altri artisti. Dialogherei volentieri con lui. A me piace affiancare, mettermi di lato. Non ho problemi di ego. Ho lavorato in oltre 50 album.

Svariate le sue collaborazioni. Eric Andersen, Mary Gauthier...

Con lei ho appena registrato un disco a Nashville. Un progetto a cui tengo molto. Mary ha scritto canzoni sui soldati americani reduci dall’Iraq. Niente «peace and love» stile Joan Baez, qua si incontrano i disastri delle persone, è una Spoon River in carne ed ossa che mostra il volto di un’altra America. Ero l’unico europeo, ho portato il mio violino. La nostra diversa sofferenza.

Se oggi avesse vent’anni?

Io vado nelle scuole. Medie, licei, università. L’incontro coi ragazzi mi insegna che oggi il sapere è meno condiviso, ma chi sceglie un percorso artistico audace lo sceglie profondamente. E fioriscono clamorose eccellenze. A Vasto ho conosciuto Jacopo Pellicciotti, studente del classico. Maestro, per farle vedere chi sono mi metto a suonare. Ha portato una zampogna, strumento che ha le sue radici lì. Così poi ha suonato con me, per «La via del sale». Grande artista o grande disoccupato, diventerà. Con tutto il suo slancio intellettuale. Intraprendenza e autocoscienza. Oggi si può essere così.

Cantautore impegnato e profondo, Michele Gazich ascolta qualcosa che nessuno immaginerebbe?

Ascolto, serenamente, pop. Adoro ciò che non farò mai. Ascolto Battisti, con piacere. Altra passione, viaggiare. Nell’ultimo mese ho suonato alla Sala della Loggetta, a un festival su De André in Sardegna, a Nashville. Tornato qua, ripartito per un progetto in Abruzzo, poi ancora qua, poi in Germania, a Colonia.

Non si ferma mai.

Sono felice di aver convinto Eric Andersen a seguirmi in tour. Prossime tappe: 29 marzo a Bolzano, 31 marzo a Venezia nell’ambito del festival Incroci di civiltà, legato a letteratura e poesia. Prima sarò con Marco Lamberti, mio collaboratore più stretto, poi con Eric, storica figura del cantautorato americano che ho rovinato: conoscendomi si è messo a costruire progetti letterari, dopo quello su Camus in maggio ne pubblicheremo uno su Byron, proposto 2 anni fa in anteprima proprio alla casa che fu del poeta. Il 2 aprile poi saremo a Poetry Vicenza, un festival bellissimo.

Poesia o musica?

Da ragazzo scrivevo entrambe. Poi le ho messe insieme. Ma sopravvivono anche su binari distinti. Teorizzo una visione totale della musica, Magari farò un manuale: le riflessioni si accumulano... Giro sempre con taccuini. righi e parole.

Condividi la notizia