«Cercare sempre
la parola giusta:
una vocazione»

Isidora Tesic: nata a Brescia il 5 luglio 1996, origini serbe, scrive poesie e racconti. Per Cidneon ha illuminato l’altra faccia della città
Isidora Tesic: nata a Brescia il 5 luglio 1996, origini serbe, scrive poesie e racconti. Per Cidneon ha illuminato l’altra faccia della città
01.07.2018

Il salto. «È una corporatura dell’anima. Una danza della tenacia». Proteggere, la città. «È un atto collettivo». La resilienza, in un’esistenza. «È la direzione dovuta». Isidora Tesic scava «il canto segreto nella pietra». Scolpisce la parola. Ne fa novella o lirica. Ora l’arrotonda ora l’affila. Quanto fa duecentosettantamila diviso otto? Poco importa: «Cidneon», il Festival Internazionale delle Luci, anche grazie a lei è stato molto di più. I numeri (i visitatori accorsi, i giorni di apertura) non dicono della magìa che ha illuminato il Castello, del messaggio che «Le mura parlanti» hanno trasmesso. I componimenti firmati Tesic che hanno animato l’installazione - voce di Camilla Filippi, musica di Eleuteria Arena - sono tratti da «Una storia di muri», libro illustrato dalle fotografie di Matteo Biatta. I testi sono 14. «45°32’N 10°12’E», le coordinate del maniero: maniera nuova di narrare. Il modo migliore di accogliere l’invito dell’associazione Cieli Vibranti a descrivere il volto della città attraverso i lineamenti delle sue pareti. Labbra murate, (ri)letture profonde. Fra le tappe di un curriculum già ricco a nemmeno 22 anni (li compirà giovedì). «Cidneon ha avuto grande risonanza: sono grata a Cieli Vibranti - dice la scrittrice, che l’anno scorso ha pubblicato la raccolta di racconti «Come fiume alla tua sponda» per Zephyro, e già nel 2014 esordiva al Festival della Letteratura di Mantova con «L’Alfabeto dei fuori tema» -. Bello coniugare la poesia con la vita pubblica e privata di Brescia. Una geografia personale. Noi siamo testimoni duraturi della città, che ha un volto umano».

Tesic, Filippi, Eleuteria. Un gioco di squadra al femminile.

Una bella sinergia. La purificazione della vita, vissuta e immaginata, come processo ad alto fuoco per generare un’altra vita, quella della parola detta. Richiede un coinvolgimento, possibilmente collettivo.

Quante parole servono per significare un messaggio che traduca la città?

Ne servono ben poche, in generale. Le parole si possono usare in modo chirurgico, hanno una loro precisione. Un significato, un peso, un volto. Bisogna saper battezzare le cose, per vivere meglio l’osservazione del reale. Coordinarsi trovando le coordinate. Nominare le cose non significa cristallizzarle. La capacità di riconoscere risponde alla necessità di allevare un senso critico. E la poesia è fatta per stimolare i recettori dei sentimenti.

Bresciana, poetessa. Scrive da sempre?

Sono nata qui, da genitori di Belgrado. I miei sono architetti. Mi hanno trasmesso l’attenzione alla lettura, indispensabile per avere poi voglia di scrivere. Mi hanno educato a osservare il bello. La ricerca di ciò che ha grazia nel mondo, dalla letteratura al cinema. Ho studiato al liceo scientifico Calini, adesso frequento l’università: Medicina e Chirurgia.

Cosa voleva fare da grande?

Sono stata attratta presto dalla psichiatria, dalle neuroscienze. D’altro canto si tratta di studiare e comprendere l’uomo. Dalla malattia alla guarigione, si narra l’evoluzione di un individuo. Tanti grandi scrittori sono stati medici. La letteratura è una forma di prevenzione delle disuguaglianze, dagli odi. Insegna che ogni storia ha dignità, il diritto di essere raccontata. Che è impossibile osservare gli altri con indifferenza. L’approccio è simile, fra medicina e letteratura. Attenzione, rispetto. Apertura nei confronti dell’umanità.

E il piacere della scrittura?

Vive di uno strano rapporto con la realtà: qualche volta l’accompagna, qualche volta la precede. Io ho scritto sempre. È la mia modalità di espressione. L’appropriazione della realtà è un percorso graduale. La consapevolezza è maturata con il tempo, anche per la poesia.

A cosa si ispira?

Ultimamente sto approfondendo la poesia novecentesca. Inizialmente l’innamoramento era per le opere del ’700 e dell’800. Cerco le affinità fra le differenze geografiche. Come cambia la modalità di percezione. Con la poesia si può fare il giro del mondo. Passare da Hernández all’Achmatova, da Pavese e Ungaretti a Garcia Lorca, fra Candiani e Gualtieri. Dalla Russia all’America Latina possono cambiare la lingua e il suono, la musicalità.

La musica è una forma di poesia?

Sì. Penso a De André, a Guccini. Al cantautorato.

I nuovi cantautori le piacciono?

Rispecchiano la generazione attuale. C’è una minore passione, forse. Ma non mancano proposte interessanti: Dente, Brunori Sas.

Cosa pensa dei giovani d’oggi? La definizione stessa è una generalizzazione, ma si sente parte di qualcosa, di questo tempo?

Non passo tanto tempo ad osservare il paesaggio. Sono contro i confini, non credo nell’autoesclusione. Cerco un equilibrio. Non posso fare da termometro, tutto dipende dagli interlocutori che si scelgono e ci sono sempre molte questioni sottaciute. Quello che penso: è necessaria una rieducazione al diritto di critica, di parola. Una legittimazione al diritto di poter dire, poter fare. Urge uno scuotimento che può nascere dalla scuola, dagli insegnanti. Sono le persone a delineare i percorsi. Massimo Recalcati parlava di lessico familiare. Io sogno una scuola in cui sia valorizzata la capacità di riconoscimento dell’alunno.

Cos’è per lei il talento?

La tenacia nel proseguire lungo la propria strada. Esiste un demone in ciascuno, occorre saperlo riconoscere e consentirgli uno sviluppo. La scuola può facilitare, trasformare in atto ciò che esiste in potenza. La scuola deve essere educativa e l’educazione di un cittadino prevede tanti gradini. Il metodo sta nell’analizzare, nel riflettere. Insegnare a vedere senza imporre come. Così può avvenire un progresso reale.

Poesia o prosa, racconto o romanzo: cos’ha più voglia di scrivere?

Dipende dal personaggio che incontro. Non sono tanto portata alla narrazione di eventi, mi stanno a cuore i sentimenti. Ricordo i personaggi più delle contingenze. Non ho vocazione giornalistica, avverto essenze, sottoessenze, sovraessenze... Stratificazioni. Al di là dei fatti per me c’è sempre molto altro.

Cosa?

Quello che poteva essere e non è stato. Vedere oltre al corpo presente anche corpi futuri. Anche quelli mancanti. Cosa sta leggendo? Fisiologia 2: ho l’esame il 3 luglio. Di recente ho riletto «Un uomo» della Fallaci. «Poesie eteronime» e «Il libro dell’inquietudine» di Pessoa.

Come passa il tempo?

Ho arrampicato e giocato tennis. Amo la fotografia. Viaggio molto. Amo la montagna.

Cosa le piace ascoltare?

Canti Yiddish, Nick Cave, Tom Waits, Leonard Cohen. Cerco la parola giusta.

Ha nuovi progetti?

In fieri.

Come si immagina fra vent’anni?

Chissà. Dipenderà dalle contingenze, veicoli di sentimento. Vettori che trasportano, somme di intersezioni. Non saprei... La scrittura si adeguerà, si adatterà, alla vita.

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