«Brescia in Europa
con la sua cultura
non con gli eventi»

Luigi Maria Di Corato: museologo e manager di 45 anni, nel giugno 2014 è diventato direttore della Fondazione Brescia Musei
Luigi Maria Di Corato: museologo e manager di 45 anni, nel giugno 2014 è diventato direttore della Fondazione Brescia Musei (BATCH)
23.10.2016

La vocazione ad un mestiere sfaccettato come pochi (e per pochi). Una concretezza che dà risultati, radica al terreno e fa germogliare la passione per la materia di cui sono fatti i suoi sogni: l’arte in sé e per sé.

Luigi Di Corato non svolge un incarico, semmai si identifica nel lavoro che fa. Il mezzo è già il messaggio: manager e museologo, critico e curatore di mostre, accademico ed esperto di gestione della cultura. Dirige la Fondazione Brescia Musei dal 2014, tappa impegnativa di un percorso netto iniziato presto e dal traguardo in evoluzione. «Mi muovo animato da qualche certezza - sottolinea -: la cultura non deve cadere dall’alto, nasce e cresce nel coinvolgimento della gente, facendo sistema, allargando gli orizzonti».

Nato a Busto Arsizio il giorno di Ferragosto del 1971, Di Corato può opporre ad ogni eventuale detrattore la forza di un curriculum inattaccabile. Una storia di concorsi vinti e opportunità colte al volo che rende inevitabile chiedersi quale possa essere stato il punto di partenza, per una scalata del genere.

«La mia fortuna - spiega - è una famiglia che mi ha aiutato. Mio padre Matteo, che si è sempre occupato di moda, è appassionato d’arte e di musica. Non mi ha mai fatto mancare libri e dischi sul comodino. Ascolta questo, leggi questo. Ho scoperto presto prog, soul e jazz. E l’arte contemporanea, le avanguardie, l’arte povera e il minimalismo. Mi ha trasmesso l’apertura alla sperimentazione.

Cosa leggeva a 16 anni?

Flash Art. Al Parco del Ticino. Papà era punto di riferimento per tanti ragazzi: la nostra casa era sempre aperta, c’era una continua possibilità di confronto. Mia sorella Maria, che ha 8 anni meno di me, ha studiato all’Accademia delle Belle Arti. Ha un master in furniture design.

La mela non cade mai lontano dall’albero.

Fondamentale anche la figura di mia mamma, Liliana: musa di tutti, lavorava con papà; persona curiosa, grande cuoca, rendeva le serate indimenticabili. Sa mettere chiunque a proprio agio.

Se ripensa ai suoi studi?

Mi è servito tutto. Anche gli anni delle superiori. Ho fatto Ragioneria con indirizzo linguistico. Ho deciso quasi subito cosa fare da grande. Anche se un’insegnante, alle medie, aveva detto ai miei che non ero portato per le materie letterarie. E i miei le avevano creduto, fidandosi più di lei che della preiscrizione al liceo classico che avevo fatto in segreto. L’effetto di quella deviazione è che all’università poi mi sono iscritto a Lettere. Ma gli studi ragionieristici qualcosa hanno lasciato: dal 2001 ho insegnato museum management alla Cattolica di Milano, dopo un master in business administration ad Ingegneria gestionale al Politecnico. Sempre e comunque ho coltivato la mia passione per l’arte. Scrivevo recensioni per le riviste: «Segni», «Tema celeste». Avevo amici artisti, frequentavo i loro studi a Milano.

Mai pensato di lavorare nella moda?

No. Segui ciò che desideri, diceva mio padre. Mi sono trasferito a Siena per una tesi di laurea sul futurismo con Enrico Crispolti, un mio mito. Ho conosciuto Omar Calabrese, semiologo d’arte allora assessore alla Cultura e mio correlatore, e Alessandro Bagnai, gallerista di origini senesi, ricevendo l’incarico di curare le prime mostre, come quella su Sandro Chia a Palazzo Pubblico. Era il '96-97. Incontrai Valerio Adami, italofrancese, allora uno degli artisti più importanti della scena internazionale, che mi propose di occuparmi del suo archivio. Ma quanti anni hai? Era entusiasta della mostra. Lavora per me. Dopo aver studiato a Siena dal ’94 al ’98, ho iniziato a viaggiare: Parigi, Monaco, sempre con un piede a Milano. In Francia, oltre a curare l’archivio, per Adami mi sono occupato della Fondazione europea del disegno. Radunava grandi intellettuali: con Calabrese c’erano Maurizio Ferraris, Umberto Eco, Jacques Derrida e Luciano Berio. Ho conosciuto persone incredibili e imparato ad ascoltare, ascoltare, ascoltare. Al cospetto di certe personalità la cosa migliore è fingersi muto.

Ma intraprendente.

Dopo quasi un anno vissuto negli Stati Uniti ho voluto approfondire il lato gestionale e mi sono rimesso a studiare, grazie ai primi corsi bocconiani di gestione del patrimonio culturale. Nel 2000-01 ho iniziato a insegnare all'Interfacoltà economia-lettere, la prima d’Italia. Mi son appassionato alle organizzazioni culturali e ho iniziato a fare concorsi per dirigere musei. Sono partito dal castello visconteo di Galliate: quasi 2 anni. Poi ho curato l’apertura in Valle d’Aosta di Forte di Bard. Un investimento da 50 milioni di euro. Nel primo anno abbiamo contato più di 100mila visitatori. Altra sfida, contribuire alla riapertura al pubblico e all’ampliamento del museo del Duomo di Monza, il che mi ha consentito di approfondire temi sull’Alto Medioevo ed i Longobardi. Poi, nel 2008, un’amica mi ha segnalato un concorso a Siena: conosci la città, perché non provi? Mi sono candidato e ho vinto. Eravamo in 180, la notizia mi arrivò l’1 aprile 2009: pensai a uno scherzo.

Conosceva Brescia?

Sì. Ho insegnato tanti anni alla Cattolica, allo Stars e al master di marketing per eventi. Con gli studenti feci un censimento di tutte le realtà culturali cittadine, per dimostrare che Brescia non era solo un contenitore di grandi mostre ma una città culturalmente vivace. E la partecipazione della società civile ora è uno dei grandi driver del progetto del consiglio di amministrazione di Brescia Musei. Ho fatto il concorso per Brescia perché volevo riavvicinarmi a casa. Mi sono sposato nel 2009 con Ada, studiosa di arte contemporanea, svizzera di Lugano. Mi ero candidato anche a Bologna. Ho vinto entrambe le selezioni e ho scelto Brescia, con l’obiettivo di portarla nella dimensione più consona: quella internazionale. Dal 2004 sono socio dell’International council of museum, affiliata all’Unesco, con sede a Parigi; nel 2008 sono entrato nel direttivo nazionale Icom, da 2 anni sono nel board del fondo di dotazione e faccio parte del comitato organizzatore della Conferenza mondiale dei musei che si è tenuta quest’anno a Milano: grazie a questa rete di rapporti ho portato 300 colleghi a conoscere Brescia. E quando ho presentato Christo alla cerimonia di apertura c’erano quasi 4 mila museologi da tutto il mondo.

Un’idea che l’accomuna a Camilla Baresani: la neo presidente del Ctb vuol portare a Brescia «personalità di valore da fuori». La strategia giusta?

Assolutamente. Solo nella condivisione si può costruire qualcosa. Non c’è bisogno solo di contributi da fuori, ma soprattutto che si conosca, fuori, il valore di questa città. Io sono fiero di condurre una campagna di piccoli passi. Grazie alla collaborazione del Comune, della vice sindaco Laura Castelletti, del sindaco Emilio Del Bono, e di Massimo Minini, è stato possibile investire nei musei e in una nuova funzione di Brescia Musei, con un nuovo cda.

Meno grandi eventi, più cultura diffusa?

L’idea è questa. Ha senso non tanto l’evento spot, ma l’impegno per attrezzare il sistema museale innalzando gli standard ad un livello europeo. Finalmente siamo pronti per grandi partnership. I capolavori della nostra pinacoteca prima a Varsavia, ora a Helsinki, poi in Olanda: è una strada da percorrere. Siamo diventati un interlocutore plausibile. E poi ci sono i numeri: i visitatori sono aumentati, da 90 mila a 165 mila in due anni. Ciò che facciamo, evidentemente, piace anche a cittadini. E cerchiamo di garantire l’offerta più aperta possibile, come conferma la mostra dadaista in corso a Santa Giulia e prodotta, come quella di Christo, internamente. Adesso ci sono le condizioni per fare di Brescia la città del patrimonio culturale, meta stabile di questo tipo di turismo. Una cultura che non sia nell’evento in sé, ma stia dentro i musei e coinvolga i cittadini, bresciani e non, anche nella produzione culturale. E dobbiamo fare sistema: è un modo di lavorare che mi porto da Siena. A Brescia, anche grazie al coordinamento dell'Assessorato alla cultura, si collabora benissimo con Teatro Grande, un modello per tutti noi, e Ctb, Museo Diocesano, Fondazione Ugo da Como e Museo di Scienze Naturali. Fare rete è stato anche il punto di partenza che ha portato alla formazione del nuovo comitato scientifico di Brescia Musei, con i direttori dei musei di Venezia, Bergamo e Milano, il vicepresidente mondiale di Icom, un grande studioso di musei francese a fianco di uno dei maggiori esperti di arte bresciana. Credo sia più che una dichiarazione di intenti.

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