«A Brescia salvai la panchina
Ho soltanto un rimpianto:
non aver allenato Pirlo»

Arrigo Sacchi, 70 anni, durante l’incontro di ieri in Aib [FOTOGRAFO]SERVIZIO FOTOLIVE / Fabrizio Cattina
Arrigo Sacchi, 70 anni, durante l’incontro di ieri in Aib [FOTOGRAFO]SERVIZIO FOTOLIVE / Fabrizio Cattina (BATCH)
11.11.2016

Lo sguardo non è spiritato come quando stava in panchina e gli inseparabili Ray-Ban non bastavano a coprire i lampi di quegli occhi spiritati. A 70 anni Arrigo Sacchi parla della sua eresia con la convinzione di sempre. Per l’Italia del calcio, da sempre allevata (e comunque vincente) a pane e contropiede, lo era. Non per Silvio Berlusconi, che lo volle al Milan dopo un solo anno di serie B a Parma: «O lei è un genio o è un pazzo», disse Sacchi a Berlusconi nel firmare il primo contratto rossonero. «Eppure - ammette adesso - devo qualcosa pure al Brescia».

Sacchi, in che senso?

Io non sono mai stato esonerato. Ma a Rimini, in serie C, rischiai grosso. Salvai la panchina vincendo al Rigamonti.

Serie C1, girone A, 10 ottobre 1982. Il Brescia era reduce da una doppia retrocessione.

Finì 1-0, segnò Fabbri. Non fosse finita così, magari la mia storia sarebbe cambiata.

Un tiro fortunoso da fondo campo.

Al ritorno non andammo oltre lo 0-0, il Brescia fece un catenaccio vergognoso.

Doveva salvarsi dalla C2, era in fondo alla classifica. Alla fine la scampò per differenza reti. Magari senza quel punto a Rimini... Il fine giustificò i mezzi.

Mi spiega una cosa?

Prego.

Quando eravamo ragazzi si giocava a ping pong, a biliardo, a biglie. E chi giocava meglio, vinceva. Perchè non vale per il calcio?

Brocchi, a Brescia, sta seguendo questa strada.

È un allenatore che merita fiducia. Spero riesca trasmettere le sue idee ai ragazzi. Può lasciare un’impronta positiva nel calcio. Ma oggi tanti tecnici italiani hanno messo il gioco al centro di tutto. Uno è Giampaolo, che a Brescia non è stato capito. E poi Oddo, Sarri, Montella. E Brocchi.

Anche a Gino Corioni piaceva il bel calcio come a Berlusconi.

L’ho conosciuto, il presidente. Grande persona, ci siamo incontrati più volte a Milano Marittima. Al calcio ha dato la vita e io mi inchino di fronte a chi dà la vita al calcio.

Corioni, tra gli altri, ha portato a Brescia Roberto Baggio. Che ai Mondiali americani del ’94, sostituito dopo pochi minuti contro la Norvegia, le diede del matto in mondovisione.

Si vedeva che era sorpreso. È sempre stato un ragazzo educato. In genere, però, bisognerebbe avere la capacità di rispettare tutti: la società che ti paga, l’allenatore che ti ha scelto, i compagni di squadra. Ma ci sono momenti in cui sei teso, qualcosa ti può scappare e dopo ti dispiace anche. Ma in un gruppo ci sono delle regole da rispettare.

Quali ha imposto da subito al Milan?

Vincere.

L’hanno accontentata.

Ma no, mai detto di vincere. Io ho chiesto di dare il massimo con generosità, altruismo, con etica di lavoro e cultura del collettivo. Bisognava divertirsi a lottare per la squadra e per il compagno.

Il capitano di quel suo fantastico Milan era un bresciano, Franco Baresi. Quanto fu importante?

Grande giocatore, ma soprattutto aveva le qualità richieste a un leader: la determinazione, lo spirito di squadra.

È vero che all’inizio al Milan erano tutti prevenuti?

No, diffidenti. Logico: ero un perfetto sconosciuto e imposi a un gruppo di professionisti affermati cose che non avevano mai fatto. Vidi Baresi perplesso. Gli chiesi di darmi due mesi. Poi andammo d’accordo.

Ma senza l’intervento di Berlusconi dopo la sconfitta in Coppa Uefa con l’Espanyol...

Eravamo ottavi in classifica, dovevamo affrontare l’Inter nel derby, il Napoli di Maradona capolista e imbattuto, la Juve a Torino. Berlusconi venne nello spogliatoio, parlò alla squadra per pochi secondi. Disse: questo allenatore l’ho scelto io, ha la mia piena fiducia. Dunque: chi lo seguirà, resterà al Milan; chi non lo seguirà, sarà ceduto. Alla fine fu scudetto.

La forza di quel gruppo?

Cercare sempre di vincere con merito, con la bellezza del gioco. Una vittoria senza merito per me non è una vittoria e si raggiunge le pienezza interiore dell’obiettivo solo quando dà vantaggi agli altri. Cercavamo di vincere, convincere e divertire, ma anche di migliorare i calciatori attraverso il gioco. Lavoravamo per questo, al Milan avevo un gruppo di straordinari professionisti, di gente generosa che correva, si sacrificava e lottava per il compagno senza invidie e gelosie.

Vuol dire che al Milan non esistevamo prime donne?

Pare di essere sulla luna, vero?

Ha allenato tanti campioni, ma non Andrea Pirlo.

È il mio grande rimpianto. Nel 2005-2006 volevo portarlo al Real Madrid. Il suo procuratore Tullio Tinti, mio giocatore e amico vero, mi disse che Pirlo non si metteva d’accordo col Milan. Chiamai Galliani, che mi confermò la disponibilità a cederlo. Informai il mio presidente, Florentino Perez, gli dissi che avevamo in mano il più grande centrocampista centrale del mondo. Ma Perez non lo conosceva e disse di no.

E in Italia?

Accadde qualche anno prima, ero direttore tecnico al Parma. Pirlo era alla Reggina. Mi chiamò ancora Tinti, sempre lui, mi disse di prenderlo e farlo giocare da centrocampista centrale. Lui allora era mezza punta, non ero convinto. Uno dei miei errori più grandi.

Un altro grande passato da Brescia è Guardiola. Si riconosce nel suo calcio?

Ci sono allenatori cui piace evolversi e rinnovarsi. Dove vanno elevano il livello tecnico, culturale e tattico di quella nazione. Negli ultimi 50 anni, l’Ajax, il Milan e il Barcellona di Guardiola si sono passati il testimone e grazie a loro il calcio si è aggiornato velocemente. In Italia un po’ meno. Guardiola come genialità e didatticamente è uno dei migliori al mondo se non il più bravo in assoluto.

Ha un sogno per il calcio italiano?

Che si aggiornasse e rinnovasse. Viviamo in una civiltà dove, se solo perdi un anno, hai perso la conoscenza. È un’evoluzione bruciante. Come fa il calcio italiano a non capirlo?

Se fosse allenatore oggi?

Aggiornerei tante piccole cose. Ma non cambierei i valori: la conoscenza, il rispetto, la bellezza.

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