«È ora che le donne
facciano finalmente
un passo avanti»

Monica Gasparini. Nata a Brescia il 17 settembre 1966, è laureata in giurisprudenza. Lavora in Mediaset dal 1992
Monica Gasparini. Nata a Brescia il 17 settembre 1966, è laureata in giurisprudenza. Lavora in Mediaset dal 1992 (BATCH)
13.11.2016

Per chi fa informazione conta lo sguardo limpido. Per chi la fa in tivù, il discorso vale a maggior ragione. L’incarnazione di questo assioma lavora a Milano, nacque a Brescia e nel periodo non collegato ha fatto tanto. Ma tanto.

«Alla fine contano: fortuna e impegno, passione e lavoro. E basta». Con buona pace degli scettici, si può fare. Può andare così. Si può riuscire come e dove è riuscita Monica Gasparini. Giornalista, conduttrice, opinionista. Premio Donne Leader 2010: «Affermata, semplice, raffinata, legata alla terra», si legge nella motivazione. La fotografia di una professionalità consolidata. Ultimo impegno affrontato, in ordine di tempo: la maratona elettorale americana sull’exploit di Donald Trump.

«Mi fa impressione una cosa - confessa -: tutti i giornalisti si precipitano a dire i media non avevano capito. Sarebbe più onesto dire non abbiamo capito. Forse sarebbe doveroso sottolineare lo scollamento fra mondo ideale e mondo reale. Più degli ideali, in campagna elettorale contano i bisogni. Trump, miliardario newyorchese che abita un piano intero della Fifth Avenue, si è rivolto alla gente che ha paura di perdere il lavoro e la pensione. Poi c’è un ordine di riflessione liquidato troppo in fretta: Hillary Clinton è una donna. E mi duole dire che alla fine una donna presidente non hanno voluto eleggerla. Lei l’ha detto, dopo, rivolgendosi alle ragazze: non perdete di vista quello che valete. È una sconfitta delle donne e mi spiace, da donna e da mamma di una bambina, che passi sempre e comunque il modello della donna bella e accessoria, un passo indietro rispetto al marito che comanda. È ora di fare un passo avanti».

Lei un passo indietro non è stata mai: mica facile partire dalle emittenti locali, arrivare a Mediaset e restare in orbita per 25 anni filati. Com’è iniziato questo viaggio?

Saranno 25 anni a gennaio, sì. Io ringrazierò sempre i miei genitori, fantastici. Mi hanno dato grande fiducia. Mary e Tarcisio, controllore alla Sia. Non del mestiere, eppure fondamentali per incoraggiarmi a seguire questa strada. La mia. Nel mio percorso ho avuto un momento difficoltà: dopo il liceo linguistico mi ero iscritta a giurisprudenza alla Cattolica, ero a metà esami, mentre collaboravo in televisione e vedevo la fine del tunnel lontana. C’era la possibilità di andare a lavorare in banca: passato lo scritto, passato l’orale, fui assunta dalla San Paolo di Torino, che aveva sede in via Vittorio Emanuele. Il posto fisso. Lavoro apprezzabile, nel destino della mia famiglia: mio fratello Guido ha fatto questa scelta e lavora al Monte Paschi. Sicurezza e garanzie. Dopo il primo mese, il primo stipendio, tornai a casa e crollai: Non mi piace. Non è quello che voglio fare. I miei furono sorprendenti: Se non ti piace, licenziati, finisci l’università e cerca di fare ciò che ti appassiona. Così ho fatto. Mi hanno incoraggiato a osare.

Quando aveva iniziato ad accarezzare l’idea?

Già al liceo. Poi fu decisivo Renzo Baldo: oltre che eccellente giornalista e scrittore, un insegnante straordinario. Grazie a lui ho cominciato a pensare che mi sarebbe piaciuto fare giornalismo. Lessi un’inserzione: un’emittente locale cercava giovani speaker e giornalisti per Brescia Tv, che aveva sede in via San Giovanni Bosco. Volevo fare la giornalista. Ho finito l’università e Marino Bartoletti cercava ragazzi da assumere per Studio Sport, che nasceva su Italia Uno. Carlo Pellegatti mi aveva visto e mi propose a Marino: c’è una ragazza brava, spigliata, perché non la chiami? E... Eccomi qui.

Aveva un modello da seguire?

Amavo leggere i quotidiani. E fui conquistata dal modo pacato di raccontare le cose di Mino Damato. Alto e divulgativo insieme. Il primo esempio di infotainment in Italia.

La gavetta nelle televisioni bresciane è stata breve, ma intensa. Che ricordi conserva?

Mi sono divertita tanto in quegli anni. Lavoravamo in modo pionieristico, con pochi mezzi e tanto entusiasmo. Una volta, ricordo, ci fu un pasticcio in regìa. Ero in onda con Beppe De Maria: parlava lui e inquadravano me, parlavo io e inquadravano lui. A un certo punto mi alzai: inquadravano la sedia vuota. Io e Beppe iniziammo a ridere così tanto da non riuscire ad andare avanti. Poi non dimentico le telefonate per recuperare i risultati di calcio di Prima, Seconda e Terza categoria, le chiamate nelle sedi di società e bar del paese per recuperare un Bedizzolese-Ciliverghe...

A Mediaset dal 1992. Anno cruciale. Poi sport, cronaca, di tutto. Dall’Appello del Martedì a Mattino Cinque, non si è fatta mancare nulla.

Sì. Ma, sinceramente: non mi guardo indietro. Sono protesa in avanti. Ci sono altre cose che spero di poter fare. E vorrei farle. Andare in onda ogni giorno, due volte al giorno, in diretta, è molto stimolante. Sei in prima linea, ti capita di stravolgere in 5’ un telegiornale per il Bataclan o per le dimissioni del Papa. Uno dei giorni più surreali: è uscita un’agenzia, si è dimesso il papa, urlò un collega. Ma cosa vuol dire? ma il papa si può dimettere? Sentiamo il vaticanista. Non sapeva che pesci pigliare neanche lui.

Studio Aperto, Tg5, Tg4: affinità e divergenze?

Il modo di lavorare è lo stesso. Cambiano le esigenze dei direttori. Il Tg5 è una corazzata, a Studio Aperto siamo in pochi, sono più fluide le funzioni. Conta sempre l’occhio per le notizie.

Informazione, spettacolo: preferisce sempre la prima o l’attira anche la seconda?

Non sono fatta per lo spettacolo puro. Credo poco nell’improvvisazione e molto nella preparazione. Discorso diverso il passaggio fra l’uno e l’altro, qualcosa che sia a metà strada. E l’approfondimento: non mi dispiacerebbe un respiro più ampio, un contenitore settimanale in cui lasciar decantare le notizie, per poterle raccontare meglio.

Fabio e Lucia vorrebbero fare il suo lavoro?

I miei figli sono ancora così giovani: 17 e 10 anni... Non so cosa faranno. Io dico: fate quello che vi piace. Me l’hanno insegnato i miei.

Sono passati quasi dieci anni dalla morte di suo marito, Alberto D’Aguanno.

Saranno dieci il 9 dicembre. E ancora mi capita, quando so una cosa e voglio condividerla... Il mio primo istinto è chiamo Alberto e glielo dico. Era il mio riferimento, primo. In tutto.

Ha lasciato un vuoto anche nel giornalismo sportivo italiano.

Sì. mi trovo mille volte, ancora oggi, a pensare a come avrebbe fatto raccontato lui un evento.

Da otto anni il suo compagno di vita è Ivan Zazzaroni, portatore sano di un giornalismo alternativo: ha saputo inventarsi un mestiere che non c’era, preferendo l’attività di opinionista a quella di direttore.

Un pioniere. Sono contenta di avere al mio fianco una persona come lui. Anche lui è il mio riferimento. Nella vita è importante la condivisione dei valori e dei progetti. Ho avuto la fortuna di trovare una persona con cui, dopo aver subìto una perdita, un grosso dolore che non passa mai, poter di nuovo condividere valori e progetti.

Cosa le piace, in tivù?

Mi piace molto Report. Va al di là del talk show. Poi apprezzo la dimensione del faccia a faccia, stile Maurizio Costanzo. Rispetto al talk caciara preferisco l’intervistatore che sa assecondare, pungolare, cogliere spunti per deviare dal percorso prefissato. L’intervista può essere illuminante.

Si diverte di più in diretta o nell’approfondimento?

Amo entrambe le cose. L’approfondimento, ma anche la diretta alla Mentana, a tamburo battente: richiede che tu sia strutturato e bravo.

Il mestiere assorbe tante energie. Le avanza del tempo libero?

Niente. Abito a Monza, lavoro a Cologno Monzese, d’estate mi rifugio nella casa delle vacanze a Padenghe. Il tempo libero è pochissimo. L’anno scorso sono riuscita a convincere Ivan e 3 coppie di amici a fare un corso di latinoamericano. Mi piace da morire. Ma quest’anno non ho trovato il tempo di riscrivermi. E siamo a novembre.

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